La complessità del senso
23 09 2017

John Carter

John Carter
Andrew Stanton, 2012
Fotografia Daniel Mindel
Taylor Kitsch, Lynn Collins, Samantha Morton, Mark Strong, Ciaran Hinds, Dominic West, James Purefoy, Daryl Sabara, Polly Walker, Bryan Cranston, Thomas Haden Church, Willem Dafoe.

Si fa presto a dire “Cultura Pop”. Tutt’altro che semplice. Il cogliere stereotipi d’uso nei flussi consueti delle abitudini immaginarie già di per sé è attività di scelta e combinazione non certo disorientabile facilmente, quando poi si tratta di rielaborare il “raccolto” in funzione di un frutto che sia “nuovo” e al contempo non lasci troppo il pregresso nel dimenticatoio, ecco che il termine “pop” può affacciarsi sul limitare di orizzonti ri-creativi anche sorprendenti. Terzo fattore progressivo, la tecnologia elettronica, una “fabbrica di sogni” che ormai scommette sulle stesse proprie possibilità, confrontandosi con serbatoi virtuali all’apparenza inestinguibili. Tutto questo per dire che Andrew Stanton (il regista, tanto per dirne una, di Wall-E 2008), rispettoso della derivazione “Pop” del personaggio John Carter – A Princess of Mars è stato nel 1912 il primo romanzo di Edgar Rice Burroughs (inventore anche di Tarzan) del ciclo Barsoom, cioè il ciclo di Marte, luogo dove giunge in modo misterioso l’ex capitano sudista -, attinge senza molta discrezione alle possibilità analogiche insite nell’alone eroico-fantascientifico e le realizza servendosi dei nuovi mezzi espressivi attinenti all’inventario stesso dell’autore letterario. Soluzione 3D a parte (qui non decisiva), la stessa minor gravità del pianeta Marte rende lecita, trasformandosi il “pianeta morto” nel conflittuale luogo di glovigli violenti chiamato Barsoom, la comprensione di una maggior efficacia delle prestazioni “super” di Carter: la stragrande superiorità fisica del protagonista verso gli avversari barsoomiani si giustifica non solo per necessità narrativa ma per obbiettiva (fanta)scientificità tecnologica. Da cui una sorta di appropriata pop-verosimiglianza, che è il portato di maggior rilievo del prodotto. Insomma, il valore pop del racconto (situazioni e personaggi) non è tanto nella dimensione narrativa quanto nella sostanza espressiva della realizzazione. Il primo riferimento che viene in mente è il cinema di George Lucas (si può pensare anche a Spielberg e Cameron), ma forse conta di più l’analogia possibile con la condizione “selvaggia” di Tarzan, la “falsità” dell’uomo/foresta con l’improbabilità della superanimazione di Barsoom. Per il resto, non c’importa gran che del “vero” risultato degli incomprensibili conflitti marziani né del successo “sentimentale” di un personaggio come John Carter  con la principessa Dejah Thoris (Taylor Kitsch e Lynn Collins entrambi provenienti da X-Men le origini: Wolverine 2009). Noteremmo, se mai, che Stanton questa volta non è riuscito a trovare il guizzo creativo che in Wall-E corrispondeva alla sublime creatura extraterrestre chiamata Eve.

Franco Pecori

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7 marzo 2012