La complessità del senso
19 09 2017

La sorgente dell’amore

La source des femmes
Radu Mihaileanu, 2011
Fotografia Glynn Speeckaert
Leïla Bekhti, Hafsia Herzi, Hiam Abbass, Saleh Bakri, Sabrina Ouazani, Mohamed Majd, Malek Akhmiss, Saad Tsouli, Zinedine Soualem.
Cannes 2011, concorso.

La corrente elettrica, la lavatrice, il telefono: e le donne saranno libere dal dominio maschile. Le donne sono quelle di un piccolo villaggio tra l’Africa settentrionale e il Medio Oriente. Ai giorni nostri, la vita si svolge lì secondo canoni ancora molto tradizionali. Le donne vanno a prendere l’acqua alla sorgente scalando il monte e rischiando di cadere sotto il peso dei grossi recipienti messi sulle spalle a bilanciere, gli uomini sono al lavoro oppure sostano al bar. Da molto tempo si trascina il problema di convogliare finalmente l’acqua dalla sorgente in paese. Da una parte le difficoltà burocratiche “centrali” e dall’altra il traccheggio dei responsabili locali fanno sì che i lavori vengano ancora rimandati. Di fatto, gli anziani “saggi” del villaggio – e appunto uno di essi lo dice apertamente – paventano che all’arrivo dell’acqua farà seguito l’elettricità ecc. Radu Mihaileanu, il regista di Vai e vivrai (2005) e de Il concerto (2009), si rifà a un fatto di cronaca del 2001, avvenuto in Turchia. Le portatrici d’acqua si ribellano ai loro uomini e organizzano lo sciopero del sesso. L’espediente – ricorda lo stesso Mihaileanu – viene da lontano: nel 411 a.C. la commedia Lisistrata del greco Aristofane vedeva la protagonista impegnata in un’iniziativa analoga, sciopero dell’amore per convincere gli uomini a porre fine alla Guerra del Peloponneso. Trasferito ai giorni nostri, il tema è anche spostato dal regista in ambiente musulmano. In un’ottica documentaria e “saggistica”, il film è stato girato in arabo, «per evitare che i personaggi parlassero la lingua dei colonizzatori». Purtroppo, nella versione doppiata questa scelta perde di senso. Significativo lo status di Leïla (Bekhti), il personaggio principale, vista come “straniera” perché proveniente da un altro villaggio in sposa a Sami (Saleh Bakri), lavoratore nel campo turistico e già liberatosi dalla “prigionia” dei matrimoni combinati. Lecito e scontato attendersi il lieto fine che puntualmente arriva. Nessun sussulto né sostanziale contrasto dialettico. Per il pubblico “occidentale” il film è semplicemente dalla parte della ragione. Ha tuttavia un tono pedagogico-didattico, soprattutto in alcuni blocchi di dialogo, che in teatro possono andare bene (e vanno benissimo nel grande Aristofane) ma che nel cinema sono comunque soggetti al montaggio – fase del film che troppo spesso viene trascurata dall’esame critico. Sicché, a una prima parte magistralmente composta di intersezioni dinamiche tendenti a raccontare l’ambiente e la vita quotidiana del villaggio segue la parte centrale che non riesce ad evitare compromissioni verso uno sviluppo fumettistico (lei, lui e l’altro), con l’arrivo nel villaggio del “giornalista” Mohamed (Saad Tsouli), ex fiamma di Leïla ancora innamorato di lei. Infine la “morale” conciliativa dopo il trionfo femminile: «La sorgente delle donne è l’uomo».

Franco Pecori

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9 marzo 2012