La complessità del senso
17 12 2017

The Woman in Black

The Woman in Black
James Watkins, 2012
Fotografia Tim Maurice-Jones
Daniel Radcliffe, Ciarán Hinds, Janet McTeer, Liz White, Alisa Khazanova, Tim McMullan, Roger Allam, Daniel Cerqueira, Shaun Dooley.

E’ il solito problema di mostrare (rendere visibile) al cinema i fenomeni psichici che accadono nelle persone. Non a caso i film meno convincenti di Hitchcock (non un regista qualunque) sono quelli in cui il fattore principale della suspence è collocato all’interno, per così dire, del personaggio (Marnie, per fare un solo esempio). Qui siamo comunque lontanissimi non diciamo dall’arte ma anche dal mestiere del “mago del brivido”. Tuttavia la difficoltà è la medesima: il cinema può rappresentare gli esiti di ciò che muove il comportamento dei personaggi e non può mostrarne direttamente l'”interiorità” – forse perché questa, nel senso di un interno contrapposto a un esterno, non esiste, è solo una convenzione dialettica. Ma questo è un altro discorso. Il limite del film dello sceneggiatore inglese James Watkins (My Little Eye, Gone, Eden Lake) passato ora alla regia  è principalmente questo. La situazione è aggravata dalla scelta di Daniel Radcliffe per il ruolo principale. Arthur Kipps – siamo nell’Inghilterra d’epoca vittoriana –  è chiamato a sistemare i residui legali della morte della signora Drablow (Alisa Khazanova), sua anziana cliente, la quale viveva “da reclusa” nella propria villa nelle vicinanze paludose dello sperduto villaggio di Crythin Gifford. Il volto di Radcliffe, privato della magica protezione di Harry Potter, non regge all’impatto con la materia e resta impassibile. Quando Arthur arriva nella villa, semidiroccata e dall’aspetto fantasmatico, mostra la propria inadeguatezza a fronteggiare il mistero che gli si presenta. Watkins tenta di supplire con lunghissime e ripetute perlustrazioni al lume di candela, mentre si aprono porte, si scoprono angoli, si muovono sedie a dondolo, suonano carillons, urla la bufera e sale la marea nel nebbioso dintorno, ma non succede gran che fino all’apparizione, dapprima istantanea e poi più insistita, di una signora in nero. Il film è tratto dall’omonimo romanzo scritto nel 1982 da Susan Hill e passato già per la radio, la televisione, il teatro. L’adattamento per il cinema (sceneggiatura di Jane Goldman) non sarebbe di per sé proibitivo, se non fosse per il suddetto problema estetico. Tra l’altro, il regista non sembra trovarsi perfettamente a suo agio nel genere horror, che finisce per essere soltanto evocato, dominando invece il piano psicologico del racconto con la sua rappresentazione emotiva non esaltante. Non tralasciabili sarebbero i temi della maternità perduta – «Non sarà mai vostro», urla una madre (non vogliamo svelare il cuore del mistero) reclamando il proprio bambino – e poi (vedremo alla fine) della paternità in pericolo. I bambini, si sa, fanno sempre una certa impressione e sinceramente non sappiamo se Arthur, con quella maschera, sia in grado di proteggerli e di salvarli, vivi o fantasmi che siano, magari destinati al Paradiso.

Franco Pecori

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2 marzo 2012