La complessità del senso
17 12 2017

L’arrivo di Wang

L’arrivo di Wang
Manetti Bros. (Antonio e Marco Manetti), 2011
Fotografia Alessandro Chiodo
Ennio Fantastichini, Francesca Cuttica, Juliet Esey Joseph, Li Yong, Antonello Morroni, Jader Giraldi, Carmen giardina, Rodolfo Baldini, Angelo Nicotra, Massimo Triggiani, Furio Ferrari Pocoleri.
Venezia 2001, Controcampo italiano.

Così lontano, così diverso, così bravo… Non bisognerebbe maltrattarlo. S’è impegnato tanto per venirci a trovare, ha studiato il cinese – scelta razionale (!) che gli avrebbe permesso di farsi capire dal numero maggiore di persone al mondo – e sarebbe pronto a dialogare con tutti. E invece? Un bel giorno Gaia (Francesca Cuttica), interprete cinese, viene prelevata da uomini segreti del Servizio più Segreto (ma sembrano tanto nostri paesani) e, bendata, viene introdotta in un bunker. Dovrà fare la traduttrice in una strana intervista a un personaggio ignoto. Per la verità, abbiamo la sensazione che si tratti di un gioco un po’ come quando da bambini si giocava agli indiani e quando finalmente veniamo a sapere che l’intervistatore è il “cattivissimo” agente Curti (italiano dunque), siamo sinceri: non ci pare uno propriamente all’altezza del compito. Imbarazzo voluto? Stiamo a vedere. Ecco che di fronte a Gaia e con Curti nel mezzo siede lo strano essere. L’agente segreto e cattivissimo non riesce a cavargli una virgola di verità, cioè di quella che egli sospetta e ipotizza debba essere la verità. Si va avanti così per un bel po’, mentre Gaia, ragazza umana, comincia a convincersi dell’eccessivo trattamento riservato allo strano essere, sottoposto anche a tortura elettrica. Il tizio ha delle fattezze non propriamente comuni, è un po’ gommoso, sembra di plastica e a tratti risulta quasi comico, ma insomma può risultare perfino simpatico. Oltre non possiamo andare perché rovineremmo la sorpresa finale, sorpresa molto sorprendente: inciderà sulla nostra nativa (ma chi l’ha mai detto?) buona fede e resteremo per sempre (speriamo di no) in guardia verso chiunque ci si accosti anche per un saluto. I fratelli Manetti (Zora la vampira 2000, Piano 17 2005, Cavie 2009) si sono forse allargati un po’ troppo. Sperduti nel labirinto dell’indecisione – psicologia, fantascienza, morale, ma chi più ne ha ne metta – hanno prodotto un senso falsamente complesso, ridefinitosi invece verso il sempliciotto grazie (grazie?) alla più che scarna tecnica realizzativa. Il tono vagamente parodistico sul versante fantapsicohorror – ma siamo in epoca di citazionismo anche critico ormai poco più che autoreferenziale – non riscatta la fattura inutilmente “primitiva” del lavoro.

Franco Pecori

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9 marzo 2012