La complessità del senso
23 11 2017

Un giorno questo dolore ti sarà utile

Un giorno questo dolore ti sarà utile
Roberto Faenza, 2011
Fotografia Maurizio Calvesi
Toby Regbo, Marcia Gay Harden, Peter Gallagher, Lucy Liu, Stephen Lang, Deborah Ann Woll, Ellen Burstyn, Aubrey Plaza, Gilbert Owuor, Dree Heminway, Olek Krupa, Siobhan Fallon, Brooke Schlosser, Kyle Coffman, Johnny Weston, Kate Kiley, Rekha Elizabeth Luther.
Roma 2011, fc.

Ogni volta che l’autore di un film si appoggia alla voce narrante fuori campo del protagonista per trasferire in forma soggettiva allo spettatore il senso del racconto, la derivazione letteraria rischia di restare decisiva rispetto al valore della regia. Tanto più se il film è ispirato a un romanzo. Nel caso di quest’ultimo lavoro di Roberto Faenza, il riferimento esplicito è all’omonimo libro dell’americano Peter Cameron (2007), che a sua volta ha fatto pensare a Il giovane Holden di J. D. Salinger (1951). Il “dolore” del titolo è provocato al diciassettenne newyorkese James Sveck (Toby Regbo, ventenne inglese molto bravo proveniente dal cinema indipendente) dal suo “disadattamento” nei rapporti col mondo, con la madre, il padre, la sorella, gli amici. L'”utilità” del dolore è profetizzata a James dalla nonna Nanette (Ellen Burstyn, Oscar nel 1974 per Alice non abita più qui di Martin Scorsese), dalla quale il ragazzo cerca comprensione per le proprie inquietudini. Il film si apre appunto con la voce di James che presenta il proprio personaggio: «Ho 17 anni e non amo molto parlare. Sono un anarchico, odio la guerra, la politica e la religione organizzata. I miei dicono che sono un asociale perché non voglio andare all’università. Non ci voglio andare perché non voglio essere indottrinato. Mi bastano le idee che ho. Amo leggere e passare le giornate in campagna da mia nonna». Il ragazzo non ama parlare ma dice un sacco di cose. Mostra di avere idee precise anche se non chiarissime. E non vorremmo che gli spettatori più giovani le prendessero per oro colato. La religione per esempio, la stessa parola contiene un’idea di organizzazione  (ri-legare) e le idee stesse, quelle che James dice di avere già, non è detto che siano completamente estranee a una qualche forma di “indottrinamento”. Restando al film, il regista sembra intento a mostrare una sua raggiunta dimensione americana. Anzitutto gli sembra giusto aggiornare lo sguardo sulla New York attuale e registrare, con l’aiuto di Cameron, il “nervosismo” della metropoli in questi tempi di crisi. E intanto rimettere qualcosina a posto. La psicoanalisi di Prendimi l’anima (2003) diventa qui una forma di psicoterapia praticona, all’americana appunto, impersonata dalla “life coach” Rowena (Lucy Liu). La consiglia al figlio la madre Marjorie (Marcia Gay Harden, Oscar 2001 per il ruolo da non protagonista in Pollock di Ed Harris), al terzo matrimonio fallito e alla disperata ricerca di un’impossibile “normalità”; e sarà Rowena, insieme a Nanette (pratica e saggezza), a saper dare al giovane una speranza di “adattamento”, col prezioso aiuto dell’indispensabile jogging. Poi l’arte contemporanea. Un esempio della solita presa in giro (degli estimatori) è proprio lì nella galleria di Marjorie, con una serie di bidoni della spazzatura messi in mostra per eventuali acquirenti tedeschi. Poi le teorie del linguaggio, con la sorella di James, Gillian (Deborah Ann Woll), innamorata del suo professore di linguistica molto più grande di lei. Poi la chirurgia estetica, con Paul (Peter Gallagher), padre del giovane protagonista, infatuato perennemente di ragazze/figlie. Il povero James, sballottato in situazioni avverse al proprio carattere, una delle quali – semplificando come si vede nel film – fu la gita scolastica che segnò il punto di rottura con i coetanei – non trova possibilità di raccordo. Non può mancare l’avvertimento circa la pericolosità del web, con le chat che rischiano di confondere ruoli e identità dei frequentatori, uno dei quali è per un momento almeno lo stesso James. Infine la musichetta (di Andrea Guerra), col clarinetto vagamente tradizionale (c’è anche una canzone, Love Is Requited, cantata da Elisa), a scanso di altre inopportune immissioni disturbanti. Woody Allen è dietro l’angolo e controlla, anche considerando che la sceneggiatura è piena di battute spiritose. In sostanza, le figure compongono un quadro rassicurante. Dice Paul al figlio sul finale: «Non puoi sempre scappare da ciò che non ti piace». Infatti siamo qui.

Franco Pecori

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24 febbraio 2012