La complessità del senso
22 11 2017

Safe House – Nessuno è al sicuro

Safe House
Daniel Espinosa, 2012
Fotografia Oliver Wood
Ryan Reynolds, Denzel Washington, Vera Farmiga, Brendan Gleeson, Sam Shepard, Ruben Blades, Nora Arnezeder, Robert Patrick, Joel Kinnaman, Liam Cunningham, Tanit Phoenix, Fares Fares, Jake McLaughlin.

Thriller d’azione sul tema Cia e tradimenti connessi. Quasi un’ovvietà? Le “safe house” sono gli alloggi attrezzati e mascherati, sparsi per il mondo, in cui trovano rifugio gli agenti e i personaggi legati alla Central Intelligence Agency e bisognosi di speciale protezione. In una di queste case, a Cape Town, marcisce di noia l’agente Matt Weston (Ryean Reynolds, Certamente forse, Buried – Sepolto, Lanterna verde), il quale vorrebbe tanto avere l’occasione per “muoversi” un po’. Ed eccola l’occasione, anche molto speciale: piomba nel rifugio nientemeno che Tobin Frost, uno che la Cia l’ha avuta nel sangue e che da una decina di anni ha deciso di farsi i fatti propri, vendendo segreti a mezzo mondo. Nessuno è riuscito a prenderlo e ora Weston se lo trova davanti come un regalo! Ma la “custodia” di Frost non sarà una passeggiata. L’uomo è in fuga da qualcuno che lo vuole far fuori per carpirgli un segreto importante. Si tratta di terroristi o il pericolo viene dalla stessa Cia? Da questo momento, la “protezione” del fuggitivo comporta un rischio mortale anche per Matt. Nel susseguirsi incessante di agguati, scontri corpo a corpo, inseguimenti rocamboleschi, i due avranno anche modo di conoscersi come uomini, in un intreccio coinvolgente di sentimenti contrastanti, fino alle parole spassionate che Tobin lascerà in eredità al suo compagno (forzato) d’avventura: «Sii migliore di me». E’ il momento di maggiore profondità nel tessuto fittissimo di sequenze rapide e senza respiro, punteggiate di violenza non priva di dolore, di egoismo non meccanico, dettato dalle leggi di “convenienza” di un ingranaggio che non esclude risvolti umani. Merito della maschera inconfondibile di un Washington qui al massimo della forma e merito dello svedese Daniel Espinosa, al suo quinto film ma mai distribuito in Italia, la cui regia non “autoriale” è tuttavia sensibile alla vertigine di un montaggio dal ritmo a dir poco asfissiante. E il film si tiene senza sbandamenti, sul filo di una verosimiglianza interna, ben altra cosa dal referente extrafilmico (quasi un’ovvietà).

Franco Pecori

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2 marzo 2012