La complessità del senso
20 11 2017

Shame

Shame
Steve McQueen, 2011
Fotografia Sean Bobbitt
Michael Fassbender, Carey Mulligan, James Badge Dale, Nicole Beharie, Hannah Ware, Alex Manette, Mari-Ange Ramirez, Rachel Ferrar, Eric T. Miller.
Venezia 2011, Michael Fassbender at.

Travisamento. Vero che un cinema impegnato non può che appartenere al suo tempo, tuttavia un autore ha il privilegio della scelta dei materiali che il suo tempo gli mette sotto il naso. E nella scelta è compresa la combinazione dello stile, della forma speciale che quella certa pésca assume una volta che l’approccio si concretizzi in discorso estetico. Con la stessa sostanza del contenuto si possono fare film diversi. Vero che da Shame traspare l’intento di McQueen (omonimo dell’attore) di impegnarsi nella rappresentazione aggiornata dell’alienazione istantanea di cui soffre un numero crescente di individui ormai “virtuali”. Le virgolette stanno per un “per così dire” che definisce la dimensione della Rete, del Web. E riconosciamo al regista (al secondo film dopo Hunger, caméra d’or a Cannes nel 2008) la difficoltà di mantenersi fuori dalla materia mentre tenta di puntare su di essa con una convincente partecipazione. La materia era ostica, c’era in agguato l’aura pubblicitaria, o se si vuole il codice repertoriale dei comportamenti “viziosi” suggeriti dal panorama aggressivo dei display sempre aperti sul mondo fittizio della comunicazione recintata. C’era il paradosso che nega l’individualità proprio mentre isola il singolo in un rapporto “faccia a faccia” (stesse virgolette di cui sopra). Ma il regista è rimasto invischiato in tale materia e ci ha restituito una sorta di neoromanticismo metropolitano di cui, stando al film, dovremmo noi stessi “vergognarci”. Dovremmo sentirci coinvolti nella “vergogna” del sexy Brandon (bravo Fassbender, il quale però a tratti rischia l’immedesimazione nel tipo manichino hard), dato che la sua sofferenza, proveniente dalla compulsione erotica (l’ufficio ad alta specializzazione, l’uso pervertito del computer, la casa di esemplare efficienza lussuosa, il libero esercizio della solitudine anche sensoriale, la casualità voluta degli incontri di sesso disegnati da un immaginario selfservice per quanto banalmente stereotipo), appare incurabile e ci chiama a un soccorso morale sia pur disperato. In sostanza, sarebbe il tema di una solitudine oggi, ma è la tipizzazione mascherata da oggettività introspettiva a metterci in guardia verso il travisamento. Le prime sequenze del film ci hanno fatto illudere di trovarci in un’Alphaville (Godard) del terzo millennio, vago accostamento dovuto a una certa astrazione del disincanto, essenzialità rivelatasi poi “di scuola”. Qui una nouvelle vague godardiana non arriva perché manca la Natasha/Karina che faccia risvegliare il senso umanitario nell’agente Lemmy Caution/Constantine. C’è invece la sorella Sissy (Mulligan) che, per quanto tagliuzzata nelle braccia, alla fin fine non offre al fratello Brandon che una tradizionale mozione d’affetto familiare. Dice proprio: «Siamo una famiglia» e ci rassicura del tutto sul ravvedimento del consanguineo.

Franco Pecori

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13 gennaio 2012