La complessità del senso
20 11 2017

Capodanno a New York

New Year’s Eve
Garry Marshall, 2011
Fotografia Charles Minsky
Ashton Kutcher, Sofia Vergara, Robert De Niro, Katherine Heigl, Lea Michele, Sarah Jessica Parker, Jessica Biel, Zac Efron, Josh Duhamel, Michelle Pfeiffer, Hilary Swank, Abigail Breslin, Alyssa Milano, John Lithgow, Jon Bon Jovi, Christine Lakin, Russell Peters, Seth Meyers, Nat Wilff, Katherine McNamara, Anna A. White, Jackie Seiden, Leroy S. Mobley, Jon-Christian Costable, Marcia Miller.

Storie d’amore che s’intrecciano a New York il 31 dicembre? Anche questo, senza dubbio e in forma di commedia, articolata, disarticolata e riarticolata in 118 minuti sotto l’etichetta del Capodanno. Ma il senso del film va oltre. I “Buoni Sentimenti” – tappeto che Garry Marshall non ha mai abbandonato, almeno da Pretty Woman (1960) in poi, per far volare con grazia una visione del mondo gradita al larghissimo pubblico – sono ancora presentati come il motore del mondo, la cui accensione è proprio lì a Times Square nel momento di passaggio da un anno all’altro: basta spingere una leva e la grande palla illuminata calerà dal cielo fino a terra per la gioia di tutti. È il momento della speranza, delle promesse, dello slancio d’amore, si può dare un bacio, si può ricevere un abbraccio, l’anno nuovo ci porterà la vita che più ci piace immaginare. Marshall, maestro della commedia (Paura d’amare 1991, Se scappi ti sposo 1999, Quando meno te lo aspetti 2004), è stato calamita irresistibile per la folla di stelle del cinema accorse al suo richiamo. Tutti hanno gettato il loro entusiasmo nella macchina festosa del conto alla rovescia: cinque… quattro… tre… due… uno… vale la pena, per una volta, credere in un’altra possibilità, in un destino positivo. E magari cerchiamolo dentro di noi. Il regista coglie nelle singole piccole storie che formano il tessuto del film (la scrittura è di Katherine Fugate) la tipicità dei particolari riferiti a tutta un’antropologia del vivere americano. Tanto che, dopo qualche piccolo sussulto dovuto alla tuttora restante distanza nei comportamenti, anche noi europei tendiamo a immedesimarci nello “sguardo” dei personaggi, nel loro modo di sentire la scadenza del Capodanno, di rapportarla al consuntivo di un paese intero attraverso la chiave soggettiva dei sentimenti. È specialmente qui che la commedia va oltre e funziona da documentario. Il senso di una generale possibilità di comunicazione e interazione, nel momento rituale che prende forma globale grazie ai mass media, tende a spogliarsi dell’abito illusorio della finzione e a proporsi come dato di fatto verificabile nei dettagli. Non secondaria, in questo, la bravura degli attori nel mostrare la coscienza del proprio ruolo. E però la commedia documenta anche una dipendenza stretta, non elastica, dalle leggi della compiacenza. Basterà un solo esempio, se per caso una sera a una festa un uomo (Josh Duhamel), elegante in nero, prende il microfono per ringraziare i convenuti e li rassicura così, all’americana: «Non farò un discorso lungo, Socrate faceva discorsi lunghi e i suoi amici lo uccisero». Qui l’identificazione è problematica.

Franco Pecori

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23 dicembre 2011