La complessità del senso
19 09 2017

L’industriale

L’industriale
Giuliano Montaldo, 2011
Fotografia Arnaldo Catinari
Pierfrancesco Favino, Carolina Crescentini, Eduard Gabia, Elena di Cioccio, Elisabetta Piccolomini, Andrea Tidona, Mauro Pirovano, Gianni Bissaca, Roberto Alpi, Francesco Scianna
Roma 2011, fc.

La crisi c’è e si sente. Dal punto di vista di un industriale come Nicola Ranieri (Pierfrancesco Favino), il momentaccio implica anche una profonda questione familiare. Ha ereditato dal padre, un emigrato pugliese a Torino durante il boom degli anni ’60, la fabbrica che stava già per chiudere, ha scelto la via del rinnovamento progettando un nuovo pannello solare che però deve ancora essere messo in produzione, non vuole accettare di appoggiarsi ai soldi della moglie Laura (Carolina Crescentini) e meno che mai a quelli della suocera (Elisabetta Piccolomini). La banca gli chiude la porta, le finanziarie non scommettono sul futuro. Ma Nicola è orgoglioso e non vuole mollare. Agli operai chiede che facciano la loro scelta, non vuole licenziarli ma non può pagare gli stipendi. E Laura sembra allontanarsi da lui, tentata dal garagista romeno (Eduard Gabia). Giuliano Montaldo, dopo I demoni di San Pietroburgo (2007), mostra di voler proseguire nella fusione sociale/politica/soggettiva, con una storia che mentre fotografa l’attualità ne cerca riferimenti anche individuali. Dopo un avvio “espositivo”, svolto con lucidità dialettica ed estetica – basterebbe già la scena della sauna insieme all’amico Barbera (Andrea Tidona) per sapere come stanno le cose in Italia – e con la magistrale fotografia “agghiacciata” di Arnaldo Catinari – il colore quasi bianco&nero che blocca la città in un livore non certo ottimista – il film lascia salire in primo piano il lato personale della vicenda di Nicola. Colpito dalle difficoltà della fabbrica, entra in confusione per il comportamento della moglie e cade nella trappola psicologica del marito geloso, fino a portare il racconto tutto su di sé, sul binario di una suspence un po’ forzata e obbiettivamente meno interessante. Disperato e solo – non può più fidarsi del suo collaboratore e amico Ferrero (Francesco Scianna), spedito in Germania a trattare per una joint venture -, l’industriale crederà di risolvere con una “capriola” all’italiana la trattativa con i tedeschi e nasconderà a se stesso la soluzione ben più misera della propria gelosia. Siamo nel thriller di casa nostra. Lo conferma anche la musica di Andrea Morricone. Sfumata l’immagine realistica della Torino risuonante di richiami cadenzati “Lavoro-Lavoro”, con le vie occupate dai lavoratori senza più risorse (scenografia è di Francesco Frigeri), tutta la nostra attenzione è convogliata su Nicola, la cui furbata sembra aver funzionato. Ma la festa per celebrare il successo contrasta col “segreto” che l’uomo ora si porta dentro. Il giovane garagista è sparito e non sarebbe nemmeno necessaria un’ultima sequenza per sapere come.

Franco Pecori

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13 gennaio 2012