La complessità del senso
18 10 2017

Mosse vincenti

Win Win
Thomas McCarthy, 2011
Fotografia Oliver Bokelberg
Paul Giamatti, Amy Ryan, Bobby Cannavale, Jeffrey Tambor, Burt Young, Melanie Lynskey, Alex Shaffer, Margo Martindale, David Thompson, Mike Diliello, Sharon Wilkins, Nina Arianda, Marcia Haufrecht, Clare Foley, Penelope Kindred, Tim Ransom.

Le mosse vincenti sono quelle della lotta, lo sport che Mike (Giamatti) praticava da giovane; e sono anche le mosse che servono a superare i momenti difficili della vita. Mike ora è avvocato in un centro di provincia, si occupa principalmente delle persone anziane che hanno bisogno di assistenza. Soddisfazioni economiche scarse, specie con la famiglia da mantenere, la moglie Jackie (Ryan) e due bambine. Deludente anche l’attività sportiva, una palestra di lottatori giovani che Mike vorrebbe portare a livello nazionale ma con scarsissime speranze. Il grigio andamento viene interrotto da un caso che sembra presentarsi proprio al momento giusto. L’anziano Leo Poplar (Young) è entrato in una fase di demenza senile che non gli permette di vivere più da solo. La figlia Cindy (Lynskey), è introvabile (verremo a sapere che “si sta disintossicando”) e Mike riesce a farsi dare dal tribunale l’affidamento di Leo promettendo che, da tutore, utilizzerà l’assegno mensile di 1500 dollari per mantenerlo dove vuole stare, nella sua propria casa, ma poi lo porta in un ricovero per anziani facendogli credere che così ha voluto il giudice.  A questo punto entra nel quadro Kyle (Shaffer), figlio di  Cindy e nipote di Leo. Fuggito dalla madre e dal college, è andato in cerca del nonno. Mike e Jackie, lei riluttante all’inizio ma poi sempre più materna vedendo che il ragazzo è bene accolto dalle bambine, non possono che ospitarlo. Per chi ha visto il film precedente di McCarthy (L’ospite inatteso, 2008) non sarà difficile viaggiare sul filo dell’analogia. Il tema del “recupero” di Kyle dal disagio in cui è sprofondato a causa della situazione familiare sale in primo piano, pur restando basilare il dato di partenza, cioè l’ambiguità psicologica e morale magistralmente espressa dal grande Giamatti. Ma è proprio la configurazione sfumata e complessa del personaggio di Mike che incoraggia Kyle ad ancorarsi alla nuova “famiglia”, ripescando nel profondo le proprie qualità di giovane disponibile al confronto con le difficoltà individuali. Kyle è forte anche fisicamente. Guarda caso, è bravo nella lotta, pratica sportiva che ha interrotto e di cui riavverte la voglia affacciandosi nella palestra di Mike. La lotta sarebbe un simbolo fin troppo banale se non fosse usato dal regista con una discrezione del tutto omogenea al contesto narrativo, tanto da risultare il linguaggio appropriato alla situazione dei personaggi. Sarà attraverso un ultimo scontro, stavolta fuori dalla pedana e non più tra contendenti alla pari – ma alla pari in un altro senso – che i conflitti dei protagonisti troveranno nuova armonia. Nel finale, dopo che Cindy avrà tentato invano di riagganciare il padre e il figlio, vedremo l’avvocato Mike dietro il bancone di un bar servire da bere. Lasciamo allo spettatore le deduzioni più compromettenti. Di certo McCarthy ci ha regalato un altro piccolo capolavoro di provocatoria discrezione, documentando la possibile drammaticità della vita normale oggi.

Franco Pecori

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9 dicembre 2011