La complessità del senso
23 09 2017

Melancholia

Melancholia
Lars von Trier, 2011
Fotografia Manuel Lamberto Claro
Kirsten Dunst, Charlotte Gainsbourg, Kiefer Sutherland, Charlotte Rampling, John Hurt, Alexander Skarsgård, Stellan Skarsgård, Brady Corbet, Udo Kier, Deborah Fronko, Cameron Spurr, Jesper Christensen.
Cannes 2011, concorso: Kirsten Dunst atr.

Melancholia è il nome di un pianeta che è stato “nascosto dietro al sole” e che ora minaccia di impattare contro la Terra. Gli scienziati dicono di stare tranquilli, ma Claire (Gainsbourg) non crede alle assicurazioni del marito John (Sutherland) e teme per sé e per Leo (Spurr), il loro bambino. L’angoscia di Claire è accentuata dalla situazione della sorella Justine (Dunst). Il film è diviso in due parti, dedicate alle due donne. Nella prima, Justine festeggia il matrimonio con Michael (A. Skarsgård) nella grande villa di John. La sposa è una pubblicitaria, tra gli invitati c’è anche Jack (S. skarsgård), il suo capo, il quale le fa credere di stimarla per le sue capacità creative, ma lei non sembra convinta e piuttosto si astrae, ha l’aria di pensare ad altro e tende a sprofondare nella depressione. Facciamo anche in tempo a renderci conto che il rapporto di Justine con la madre Gaby (Rampling) non è certo dei migliori. Nella seconda parte sale la tensione per l’avvicinarsi del probabile impatto. Claire, nonostante non provi un amore sviscerato per la sorella, è costretta a curarla, dato l’aggravarsi del suo disturbo. La sensazione è che Justine stia entrando in una sorta di empatia con la catastrofe e che riesca a “sapere” meglio di altri le “colpe” del Pianeta. Quando i cavalli diventano più irrequieti e le auto non si mettono in moto, quando John smette di fingere ottimismo e il cielo si fa minaccioso, quando Melancholia si presenta sullo sfondo in tutta la propria grandezza e Claire pensa disperata alla fine inevitabile, sua sorella sentenzia: “La Terra è cattiva, nessuno sentirà la mancanza”. Evitiamo di riferire dell’ultima immagine, ma già la penultima, con Justine, Claire e Leo stretti in un rifugio estremo, una capanna di bastoni senza copertura, sembra portarci in una sorta di ultima tappa del viaggio interiore, all’indietro, fino all’origine “infantile”, primaria, delle nostre angosce. E’ qui che sentiamo Melancholia essere qualcosa di più che un pianeta, il respiro stesso dell’universo, indifferente alle nostre sorti. Von Trier si è imposto una sfida che va al di là dei meriti del suo metodo (Dogma95, cinema semplice e senza finzioni). Il film non sembra legarsi in un’unità narrativa e sembra voler preconcettualmente decomporsi in una disperazione fredda, definitiva. E’ il senso di un’imperfezione fatale che non lascia speranza, è il paradosso del venir meno della motivazione.

Franco Pecori

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21 ottobre 2011