La complessità del senso
16 12 2017

Faust

Faust
Aleksandr Sokurov , 2011
Fotografia Bruno  Delbonnel
Johannes Zeiler, Anton Adasinsky, Isolda Dychauk, Georg Friedrich, Hanna Schygulla, Antje Lewald, Florian Brückner, Sigurður Skúlason, Joel Kirby, Eva-Maria Kurz, Maxim Mehmet, Maxim Mehmet, Katrin Filzen, David Jonsson.
Venezia 2011, concorso: Leone d’Oro.

Dopo la dolorosa denuncia della guerra, una guerra vista come in un giorno qualsiasi di una guerra qualsiasi con gli occhi di Alexandra (2007), la nonna di un soldato qualsiasi operativo in Cecenia, Sokurov passa a un’altra guerra e – dopo Hitler (Moloch 1999), Stalin (Taurus 2001) e Hirohito (Il sole 2005) – chiude la tetralogia del potere. Questa volta il conflitto è esemplare, letterario e teatrale, ispirato al Faust di Goethe. Il valore tragico dell’opera del poeta tedesco prende la forma di una rappresentazione fantastica, in un paesaggio cupo e denso, pastoso e inospitale, a tratti lunare e spesso opprimente (fotografia di Bruno  Delbonnel, scenografia di Yelena  Zhukova). Fin dalla prima sequenza piombiamo in un incubo onirico. Faust (Johannes Zeiler), medico poeta “morto di fame che ha bisogno di soldi”, immerge le mani nelle viscere di un cadavere, alla ricerca paradossale e scettica del sito corporeo dove possa trovarsi l’anima. Da un ambiente infernale all’altro, tra commerci funebri e scene di mercato tristi e aggressive, dominate dal diavolo-strozzino interpretato da Anton Adasinsky, viviamo la quotidianità trasognata di personaggi che simbolizzano la tensione ideale inestinguibile e “moderna”, ragione del successo universale del capolavoro goetiano. Il patto col Diavolo non è ostacolo sufficiente a bloccare la sete di Faust, di andare “oltre” la contingenza materiale dell’azione e del desiderio. La notte con la giovane e bella Margarete (Isolda Dychauk), sarà invece “decisiva” per un ulteriore e finale slancio, in cui la fusione prospettica di illuminismo e romanticismo allarga lo sguardo verso l’orizzonte imbiancato (fascinoso panorama di montagne innevate) di una spiritualità che vuol essere attuale – Dove vai? Là, oltre -. Difficilissima l’impresa di Sokurov, di dare al Faust la forma “capolavoro”, sfidando sul piano espressivo la valenza tragica dell’invenzione goethiana. Ma è appunto la sfida al Diavolo che si perpetua sul versante dell’arte. Il regista ne accetta i rischi, spingendosi esplicitamente sul precipizio dell’unicità. Se l’immedesimazione ravvicinata nei dettagli dei movimenti, degli arguti stupori e delle ” sofferte esitazioni” dei personaggi fa pensare al Carmelo Bene di Nostra Signora dei Turchi e del Don Giovanni, il tracciato metaforico del rapporto diabolico, affondato in un colore minimale e “oscuro”, può sembrare un contraltare dell’angosciosa partita con la Morte di bergmaniana memoria (Il settimo sigillo). Tuttavia prevale – questo è forse il limite del film – l’intento autoriale, fino a imporre la “marca artistica” sul disegno dell’opera, attenuando così la portata del contenuto.

Franco Pecori

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26 ottobre 2011