La complessità del senso
22 11 2017

Anonymous

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Roland Emmerich, 2011
Fotografia Anna Foerster
Jamie Campbell Bower, Rhys Ifans, David Thewlis, Joely Richardson, Vanessa Redgrave, Xavier Samuel, Rafe Spall,  Edward Hogg, Sebastian Armesto,  Derek Jacobi, Mark Rylance, Tony Way, Julian Bleach, Amy Kwolek, Paula Schramm, ohn Keogh.

Non lo si prenda per un film-inchiesta. Roland Emmerich è regista solito muoversi in ambito catastrofico/fantascientifico (Indipendence Day 1996, L’alba del giorno dopo 2003, 2012 2009) e quando volge lo sguardo alla storia preferisce farlo come in 10.000 a.C. (2008). A proposito di quest’ultimo film, avevamo avuto perplessità perché l’autore ci avvertiva, con voce da “vecchio saggio” fuori campo, che «Solo il tempo può dirci ciò che è verità e ciò che è leggenda». Si trattava, più semplicemente, di non fare troppo caso al passaggio da leggenda a favola. Qui, con William Shakespeare e con la questione dell’attribuibilità delle sue opere (Shakespeare o non Shakespeare, questo è il problema), la situazione non è molto diversa. Converrà godersi lo spettacolo. Emmerich mostra una notevole passione per il teatro e il lato migliore del film sta nella rappresentazione bene immaginata del teatro dell’epoca shakespeariana (XVI-XVII sec.), sia per la costruzione scenica sia per la partecipazione molto vivace della fascia popolare degli spettatori ai contenuti e alle forme della commedia e della tragedia. Le stesse opere del Bardo dell’Avon (Shakespeare nacque a Stratford-on-Avon nel 1564), prima ancora di venire apprezzate per il loro altissimo valore poetico, fecero presa per l’attualità dei contenuti, riferibile spesso all’intreccio anche perverso della politica nell’Inghilterra di Elisabetta I, ultima dei Tudor (1533-1603). La controversia, risalente al secolo XVIII, sull’attribuzione delle opere di Shakespeare è complessa e somiglia per certi versi a quella omerica. Alla fine, ciò che conta è la poesia di cui possiamo godere oggi. E per il cinema, l’importante è che il film di Emmerich ci trasmetta l’attrazione verso una materia il cui fascino possa perfino essere rafforzato da una sottolineatura “misterica”, ma che certo non perderà il suo valore culturale per via di una costruzione spettacolare sovrimpressa secondo le leggi dell’approssimazione massmediatica. Per dirne una, più dell’irrisolta identità dell’autore di Re Lear e di Amleto conta qui la forza emotiva dell’intepretazione di Vanessa Redgrave, capace di porre e mantenere la figura di Elisabetta al centro di una vicenda profondamente sostanziata dalle pulsioni, anche le più recondite, della donna che influenzò uno dei momenti più importanti della storia moderna (si pensi alla vittoria sulla Spagna e alla colonizzazione del Nordamerica). Paradossalmente, ne resta attenuato il dubbio che il vero autore delle opere shakespeariane possa essere stato Edward de Vere, conte di Oxford (Rhys Ifans).

Franco Pecori

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18 novembre 2011