La complessità del senso
20 09 2017

Il paese delle spose infelici

Il paese delle spose infelici
Pippo Mezzapesa, 2011
Fotografia Michele D’Attanasio
Nicolas Orzella, Luca Schipani, Cosimo Villani, Vincenzo Leggieri, Gennaro Albano, Aylin Prandi, Antonio Gerardi
Roma 2011, concorso.

Figure vagamente pasoliniane interpretano “al naturale” storie di ragazzi di un piccolo paese del Sud (siamo dalle parti di Taranto). Il regista si accosta a loro con rispetto antropologico e con stile consapevole, offrendo tratti di vita vissuta in un’ottica “ravvicinata” eppure non priva di elementi interpretativi, di mediazione culturale. L’adolescente Zazà (Luca Schipani) capeggia un gruppetto di coetanei, è il più bravo tra di loro a giocare al calcio, tanto che l’allenatore gli fa balenare il sogno di andare a Torino, nei giovani della Juventus. Le giornate passano in un quadro dialettale che non riguarda solo il linguaggio ma tutto un modo di comportarsi e pensare, da una parte specchio di una realtà sociale degradata e dall’altra indice di vivacità sommersa e pronta a emergere. Sentimenti e intelligenze dei ragazzi ( bravi Cosimo Villani, Vincenzo Leggieri, Gennaro Albano) interagiscono con autenticità poetica e ci parlano di un mondo come mai lo vediamo nei prodotti usuali dell’”informazione”. Qui troviamo anche il limite del film. Si tratterebbe di un bel documentario se  Pippo Mezzapesa, al suo primo lungometraggio, non sentisse il bisogno, partendo dal romanzo di Mario Desiati, di “influenzare” il girato con l’introduzione di un elemento favolistico, o almeno di trasognata invenzione. Ciò avviene alla comparsa della figura di Annalisa (Aylin Prandi), la sposa “infelice”, cioè mancata per la morte del fidanzato, rimasta sospesa in un limbo di quasi-pazzia che la fa vivere in abbandono, seguendo l’istinto delle attrazioni. Tra queste, l’innamoramento di Zazà e del compagno più vicino a lui, Veleno (Nicolas Orzella). Non potranno essere mai veri amori per Annalisa, ma i due giovanissimi vengono sconvolti dalla possibilità “favolosa” di potersi accostare alla ragazza più grande di loro: «Non sto capendo più niente», dice Veleno. Il personaggio di lei, rispetto al contesto qual’era per buona metà del film, sale troppo in primo piano e qualifica il racconto in una dimensione che finisce per essere letteraria, ai danni della “verità” di partenza. La regià di Mezzapesa è comunque degna della massima attenzione, nel quadro di un cinema, il nostro attuale, troppo spesso passivo rispetto alle esigenze della cassetta “immediata”.

Franco Pecori

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11 novembre 2011