La complessità del senso
20 09 2017

Cowboys & Aliens

Cowboys and Aliens
Jon Favreau, 2011
FotografiaMatthew Libatique
Daniel Craig, Harrison Ford, Olivia Wilde, Sam Rockwell, Adam Beach, Noah Ringer, Paul Dano, Ana de la Reguera,Clancy Brown, Keith Carradine, David O’Hara, Abigail Spencer, Walton Goggins, Raoul Trujillo, Toby Huss.
Locarno 2011, Piazza Grande.

Più “bambino” che mai, Steven Spielberg s’è impegnato come produttore esecutivo in un tentativo la cui “ingenuità” è esibita, complice la regia di Favreau (Iron Man), con eccessiva disinvoltura. Non che questo matrimonio fasullo di due generi troppo lontani sia destinato ai bambini – non vi sarebbe niente di male -, ma semplicemente il film è girato e montato come da bambini ai quali fosse stata propinata una dose di informazioni cinematografiche, a formare una lista superficiale e improvvisata, tanto per fornire le sponde referenziali strettamente necessarie alla confezione del prodotto. Sicché passano davanti ai nostri occhi gli stereotipi più banali e non digeriti (approssimativi) del western e della fantascienza, giustificabili – sembrerebbe – col marchio d’origine fumettistico (la graphic novel di Scott Mitchell Rosenberg, 2006). “Non facciamo sul serio”, sembrano dire i protagonisti e lo stesso regista mentre cercano di amalgamare con materiali credibili l’idea “estrema” di un’invasione aliena nei territori semidesertici del New Mexico ottocentesco (è il 1873 e siamo nel piccolo centro e nei dintorni di Absolution). Infatti, nonostante l’impegno di Ford a fare la faccia da cattivo monumentale e di Craig a valorizzare l’arma segreta che porta al polso (alieno anch’egli? chissà), resta misteriosa la propensione dei due all’alleanza, almeno fino a quando non si chiarisce per bene il sottofondo moraleggiante della storia: si può partire anche da un passato personale, rispettivamente, da boss (colonnello Dolarhyde) e da bandito (Jake Lonergan), ma ci si può riscattare cogliendo l’occasione di una minaccia “demoniaca” (all’epoca non si pensava certo agli esseri dallo spazio) da fronteggiare e da sconfiggere; tanto si può che perfino gli indiani fanno brodo per un’alleanza di forze (più che altro morali) e di mezzi (pistole, fucili, coltelli e frecce) contro i mostri cattivi – mostri che gli effetti speciali, ormai troppo risaputi, non riescono a definire con originalità plastica. Del resto, lo scopo dell’invasione resta oscuro per un bel po’ e quando finalmente si capisce che l’interesse è il medesimo dei terrestri per l’oro, la motivazione invece di rafforzare l’idea narrativa la indebolisce fino a renderla secondaria. Per giunta, la soluzione del terribile scontro è data dal sacrificio quasi incomprensibile del personaggio di Ella (Wilde), il cui gesto finale è troppo “decisivo” rispetto a quello che dovrebbe essere l’eroismo vincente di Dolarhyde e Lonergan.

Franco Pecori

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14 ottobre 2011