La complessità del senso
18 11 2017

Final Destination 5

Final Destination 5
Steven Quale, 2011
Fotografia Brian Pearson
Nicholas D’Agosto, Emma Bell, David Koechner, Tony Todd, Courtney B. Vance, Jacqueline MacInnes Wood, P. J. Byrne, Ellen Wroe, Tanya Hubbard, Andy Nez, Ian Thompson, Miles Fisher, Alen Escarpeta.

La morte non può attendere. Se ti salvi da un disastro (il crollo di un ponte, per esempio, dove si trova il pullman con un gruppo di impiegati in gita aziendale) per cui era previsto che te ne andassi, la morte si ritiene ingannata e ti perseguiterà. Al massimo ti può concedere uno scambio: uccidi un’altra persona e ti prenderai la vita che a quella rimaneva. Parola di coroner. Quinto film della serie cominciata in Francia nel 2000 con l’opera prima del regista di Hong Kong, James Wong (Dragonball Evolution, 2009), quest’ultima versione ricalca l’espediente narrativo originario del giovane che ha una premonizione e “vede” ciò che capiterà di lì a poco, restando poi prigioniero di un meccanismo mortale. È l’ennesima ripetizione, contando – pare – sull’insaziabile avidità del “risaputo” da parte di un pubblico (giovane) disponibile a sentirsi rassicurato dalla ripetitività del format. Steven Quale (anche per lui si tratta del primo film) gestisce la “novità” esaltando il carattere spettacolare (3D) della catena persecutoria che colpisce gli otto superstiti del disastro d’apertura (il ponte) a scapito dell’ironia, che invece era più marcata in Wong. L’imperativo “uccidere per vivere”, pur disvelandosi molto avanti nel racconto, vi proietta tutto il suo peso con l’aria di essere una cosa seria – aria supportata dalla credibilità tecnica degli incidenti sistematici e horribili che, uno alla volta, arrivano puntuali a eliminare i sopravvissuti della gita iniziale. «D’ora in poi – aveva avvertito il coroner – state tutti attenti».

Franco Pecori

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7 ottobre 2011