La complessità del senso
23 11 2017

Drive

Drive
Nicolas Winding Refn, 2011
Fotografia Newton Thomas Sigel
Ryan Goslin, Carey Mulligan, Bryan Cranston, Albert Brooks, Oscar Isaac, Ron Perlman, Christina Hendricks, James Biberi, Kaden Leos, Tiara Parker, Cesar Garcia, Christian Cage, Chris Muto, Tina Huang, Jeff Wolfe, Joe Pingue, Chris Smith.
Cannes 2011,  Nicolas Winding Refn regia. Locarno 2011, Piazza Grande.

«Amore, devo andare in un posto e non penso che riuscirò a tornare». Si conclude così il lungo addio di Driver (Ryan Goslin) alla trama che lo ha deviato dal suo nero tran-tran di stuntman del cinema (di giorno) e di autista in affitto – «Dammi ora e luogo e ti do cinque minuti. Qualunque cosa accada, un minuto dopo te la cavi da solo» –  per i “colpi” dei criminali (di notte). Distaccato e malinconico – se la malinconia può essere drammatica -, Driver ha visto cambiare la sua vita dal momento che s’è accorto della vicina di casa, Irene (Carey Mulligan). Con la faccia un po’ di Anthony Perkins e un po’ di Jean-Paul Belmondo, il guidatore è imbattibile su strada e glaciale nei rapporti di “lavoro”. Il danese Winding Refn (Pusher – L’inizio 1996, Pusher 3 2005, Bronson 2008, Valhalla Rising fuori concorso a Venezia 2009) ne tratta la storia restando all’esterno, disegnandone i tratti e lasciando che i contorni restino “muti”, misteriosi. Il marito di Irene è in carcere e il fascino che esercita la donna col suo bambino Benicio (Leos) su Driver ne scoprirebbe il lato tenero sotto la scorza (il giubbotto) neo-esistenzialista se non fosse passato più di mezzo secolo da certe magnifiche ossessioni (lo spirito raffinato di Douglas Sirk movioleggia con discrezione tra le sequenze). Ora però è tempo di ultimi respiri e di tenerezze trattenute, sullo schermo lo spazio/tempo non fa posto allo spessore dei sentimenti, organizza piuttosto le figure in un perfetto esercizio stilistico, il cui culmine estetico è dato dai silenzi esibiti del protagonista, ellissi diegetiche messe sul tavolo della narrazione a garanzia della posta. In gioco c’è la scommessa di un cinema di regia che aspira alla corona autoriale. Il tentativo è stato riconosciuto a Cannes e per Winding Refn è senz’altro un buon segno. A rimetterci è Driver, costretto agli inseguimenti estremi e alle violenze più raccapriccianti per tenere il punto della difesa di Standard (Oscar Isaac), il marito di Irene uscito di carcere in anticipo e caduto nella trappola della “famiglia” (territori, imprese losche, finte rapine nella Los Angeles più buia) di un certo Bernie (Albert Brooks), ex produttore di B Movie. Molto sangue e feroci scontri, ma l’aria non si scalda, il contrasto rimane freddo, garantisce la maschera di Driver. E pensare che il suo datore di lavoro “diurno”, Shannon (Bryan Cranston), lo aveva preso tanto a cuore: bravo come gli era sembrato nelle corse in auto, sognava di introdurlo nel circuito professionale.  Ma niente, Winding Refn tiene alla propria dignità di regista.

Franco Pecori

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30 settembre 2011