La complessità del senso
20 11 2017

Risi e l’invidia dei critici

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 «I critici vorrebbero che noi facessimo i film che loro vorrebbero fare se li sapessero fare». Il pensiero è di Dino Risi, novantenne maestro del cinema italiano. Ce lo ha ricordato la Tv in occasione del restauro de Il segno di Venere, ficcante e maliziosa commedia del 1955 (con Alberto Sordi, Franca Valeri e Sofia Loren). Parole giuste, che implicano una questione non da poco e che può avere  la stessa età del regista di Poveri ma belli (1957), Una vita difficile (1961), Il sorpasso 1962). 

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A prima lettura, le parole di Risi sembrano poco più di uno sberleffo, rivolto ai critici, implicitamente giudicati invidiosi, frustrati dal successo di pubblico ottenuto da alcuni film. Se fosse solo questo, non ci sarebbe da dire altro. Invece, si può andare oltre. Risi ha ragione e non solo nella sostanza. L’aforisma sui critici è giusto, in quanto contiene un’idea della critica, giusta anch’essa. Idea necessariamente giusta. Quale critica potrebbe avere un senso senza essere critica? Non c’è bisogno di leggere qui la Critica della facoltà di giudizio di Kant per capire che una critica senza criterio non potrebbe avere valore di giudizio.  E da dove dovrebbe venire il criterio, il fondamento della valutazione, se non da un’idea che il critico ha del cinema? E da dove dovrebbe venire un’idea del cinema se non dai film? E da quali film se non da quelli che il critico ha visto? Solo dal già visto il critico potrà – e dovrà – elaborare una concezione che gli permetta di orientare il proprio discorso e di collocare il suo giudizio in un contesto esplicitabile.

Qui, allora, è il punto. Il giudizio critico provoca reazione negativa quando è implicitamente – e perciò ingiustificatamente – prescrittivo, quando il critico pretende di giudicare un film in base alla poetica che egli ha scelto, per di più senza dirlo, come regola estetica. L’errore, grave quanto ricorrente, è dovuto all’inadeguatezza degli strumenti speculativi dei critici, non certo della critica. O meglio, il problema nasce quando si identifica la critica con i critici in errore. Ma che un critico abbia e non possa non avere nella sua testa un’idea di cinema, ciò è semplicemente ovvio. Se, invece, Risi (e non solo lui) ce l’ha con l’invidia dei critici, l’argomento non appartiene alla critica e diventa molto meno interessante. Come anche la strana idea che per dare un giudizio critico su un film si debba essere in grado di fare quel film. Va da sé che, se tutti i critici sapessero fare i film che criticano, dovrebbe esserci poi qualcun altro in grado di esercitare la critica. E comunque, la critica è e deve essere criticabile, indipendentemente dalla capacità del critico di fare un film.

Franco Pecori

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18 aprile 2007