La complessità del senso
24 11 2017

Il piacere e l’amore

film_ilpiacereelamore.jpgIklimler
Nuri Bilge Ceylan, 2006
Ebru Ceylan, Nuri Bilge Ceylan, Nazan Kesal, Memet Eryilmaz, Aif Asçi, Can Özbatur, Ufuk Bayraktar, Fatma Ceylan, Semra Yilmaz.

Cinema dell’attesa, cinema della suspense. Il regista turco (Uzak, Grand Prix della giuria a Cannes) insiste sul tema di fondo, della “lontananza” (incolmabile). Le “distanze” del film del 2002 (uscito da noi nel 2004) espresse con la prevalenza dei campi lunghi salgono qui spesso in primo piano, ma non in senso classico. I volti dei due protagonisti,  Bahar (E. Ceylan) e Isa (Nuri B.Ceylan, che quindi ci mette anche la faccia) vanno a formare dei veri e propri paesaggi, omogenei al resto dell’inquadratura, il senso della quale non diventa mai con ciò simbolico: il metodo (ripresa e montaggio) prevale sulla sceneggiatura. Si può parlare di Antonioni, ma non del falso Antonioni (quello della supposta e travisata “incomunicabilità”), bensì del vero autore de L’avventura e de L’eclisse, film in cui  lo sguardo della cinepresa (livellamento ontologico della realtà) è di gran lunga il fattore determinante rispetto allo script di Tonino Guerra o dello stesso Antonioni. E Ceylan combina appunto lo spazio-tempo dell’inquadratura in modo che il senso scaturisca da tutti gli elementi presenti sullo schermo, considerati sullo stesso piano, compreso il sonoro. La suspense è intensa e non deriva dalla “trama” del film ma da ogni singolo dettaglio del suo scorrere. La storia di un uomo e di una donna – Isa professore universitario, Bahar responsabile artistica di produzioni televisive – il cui rapporto entra in crisi dopo il matrimonio è quanto di più banale si possa concepire. Ma il metodo con cui Ceylan entra nel merito della crisi appartiene all’autore del film. Un ruolo importantissimo giocano le molte sequenze in tempo reale. Il montaggio non interviene per forzarne la conclusione, lasciando invece che esse si compiano con “naturalezza”. Ancora una volta la grande lezione della Nouvelle Vague francese (o se si vuole di Rossellini, purché sia il Rosselini “letto” da André Bazin). Proveniente, come già Uzak, da Cannes, Iklimler (orribile il titolo italiano) registra con autentica com-passione le stagioni e i climi (il sole dell’estate, la neve dell’inverno) di un amore compiuto e impossibile da rivivere. Inutile cercare l’assassino.

Franco Pecori

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in psicologia

Quando esistono ostacoli alla realizzazione dei nostri desideri, i più duri e a volte insormontabili sono proprio in noi. Non a caso, credo, nel film di Ceylan tutto avviene all’interno dei personaggi – lunghi silenzi, sguardi, ecc. -, contrariamente a come accade di solito, e non solo al cinema, specie ai giorni nostri. Il più delle volte, non conosciamo i nostri impedimenti e ci ostiniamo, vogliamo ad ogni costo ciò che ci sembra vitale e, intanto, la distanza tra noi e l’oggetto del desiderio si dilata e si approfondisce. Il momento in cui il velo si lacera (se questo momento arriva) e prendiamo atto che l’ostacolo è in noi e ci sembra insormontabile, per quanto grandi siano il dolore e lo struggimento per la rinuncia, l’accettazione che li accompagna produce tuttavia il sollievo della liberazione. La distanza tra noi e gli altri esiste ed è salutare e non è colmabile neanche attraverso le varie forme più o meno patologiche che tendono ad annullarla. Nel film, però, si tratta di un impedimento a quella vicinanza che nella coppia è la condizione senza la quale la coppia stessa non ha ragione di essere. Il piacere e l’amore è il titolo italiano. Il titolo originale invece (Climi, Stagioni) allude a una situazione creatasi per l’andamento di fattori coagenti. La situazione nella coppia Isa-Bahar non è certo buona. All’inizio del film i due sono già in piena crisi. Il volto di Bahar è triste mentre osserva il compagno che sta fotografando le rovine di un tempio e che perde l’equilibrio in apparenza senza ragione. Può nascere il sospetto che Isa cada perché malato e che la tristezza di Bahar sia causata da quella malattia. Ma non di una comune malattia si tratta, bensì di un disagio, un impedimento di altra natura. Manca in Isa l’attrazione sessuale verso la compagna più giovane, che egli, professore universitario, protegge e guida, opprimendola. Il sesso è altrove, privo di tenerezza, violento e urgente. Bahar e Isa si separano confusamente, lei attribuendo la fine del rapporto alla presenza dell’altra donna, lui forse all’esaurirsi fisiologico dell’interesse. Quando la sofferenza del distacco sembra intollerabile, tentano di riavvicinarsi. Ma la distanza che li separa è, nonostante l’amore, un baratro di cui i due sono infine, dolorosamente, consapevoli. L’ombra del sorriso che fugge sul volto di Bahar ci dice forse che l’ineluttabile è accettato.

Vera Di Maio

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20 aprile 2007