La complessità del senso
22 11 2017

L’alba del pianeta delle scimmie

Rise of the Planet of the Apes
Rupert Wyatt, 2011
Fotografia Andrew Lesnie
James Franco, Freida Pinto, Andy Serkis, Tyler Labine, David Hewlett, Jamie Harris, Leah Gibson, David Oyelowo, Chelah Horsdal, Karin Konoval, Richard Ridings, Terry Notary, Jesse Reid, Mattie Hawkinson, Christopher Gordon, Devyn Dalton, Brian Cox, Tom Felton, John Lithgow.

L’uomo e la scimmia, la scimmia e l’uomo: andando indietro nel tempo si possono avere delle sorprese. Lasciamo stare la teoria evoluzionista, per l’arte sono di primaria importanza la suggestione e il fascino del racconto e non mancano certo i motivi per riandare all’origine della saga, cioè a quel Pianeta delle scimmie (Franklin J. Schaffner, 1968) che ebbe per protagonista Charlton Heston. Seguendo il romanzo di Pierre Boulle, il primo film raccontava di un viaggio nello spazio che aveva fatto avanzare di duemila anni il tempo di tre astronauti americani, portandoli su un pianeta dominato da scimmie più intelligenti degli umani. Quel pianeta non era che la Terra, dove le guerre atomiche avevano ridotto l’umanità a un tale degrado da lasciare libero campo alle scimmie. Ora però non è più tempo di guerra atomica. Possiamo tralasciare i séguiti della saga e anche il tardivo esercizio stilistico di Tim Burton (Planet of the Apes, 2001). Nel film dell’inglese Wyatt (The Escapist, 2008) il tema si sposta sul versante della genetica. Sono gli esperimenti dello scienziato Will Rodman (Franco) a sfociare in esiti imprevisti. Will lavora per una casa farmaceutica e cerca di arrivare alla cura dell’Alzheimer, malattia di cui soffre suo padre Charles (Lithgow). Si sperimentano gli effetti di un nuovo farmaco sulle scimmie, ma quando queste danno strani segni di aggressività si decide di arrestare la sperimentazione. Will continua per conto proprio, si porta a casa Caesar, un piccolo scimpanzé nato da una madre alla quale erano state somministrate dosi di ALZ-112, il farmaco sperimentale che lo scienziato prova anche sul padre.  E succede che, mentre i disturbi di Charles regrediscono, l’intelligenza di Caesar fa progressi incredibili. Dal punto di vista scientifico la cosa non è poi così sconvolgente, ma c’è la morale e c’è il cinema. La morale è molto semplice e coincide con il livello di premessa, la scelta della forma “prequel” non poteva essere più opportuna: il dominio delle scimmie non può che derivare dalla “caduta” dell’umanità, dalla perdita dei valori combinata con i pericoli di un uso scriteriato della scienza. L’arte cinematografica fa il resto, utilizzando al meglio le possibilità tecnologiche, in questo caso la tecnica della performance capture, con gli attori che mimano alla perfezione gesti, comportamenti, espressioni dlle scimmie – bravissimo Serkis (il Gollum del Signore degli Anelli) a fare Caesar. La morale ha anche una sottolineatura non necessaria allo spettacolo, laddove insiste nel suggerire come le scimmie siano “migliori” degli umani. Ma lo spettatore è ricompensato dai miracoli abbaglianti degli effetti tecnologici e dal contributo congiunto della fotografia volgente al “nero”. L’espressione prevale riscattando la eco-retorica allineata ai tempi.

Franco Pecori

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23 settembre 2011