La complessità del senso
18 07 2018

Malick e la riconoscibilità dell’Arte

A Terrence Malick la Palma d’oro 2011

Il fatto curioso, del film di Malick The Tree of Life proiettato per giorni e giorni in una sala bolognese a parti invertite (prima la seconda e poi la prima) senza che alcuno si accorgesse dello scambio di bobine, è stato commentato in vario modo, su giornali e Tv – in generale prendendo posizioni comode, a sottintendere l’inutilità dei “cineforum” o di sale specializzate, frequentate da pubblico “speciale”, particolarmente attento al “linguaggio cinematografico”. È venuta subito in mente l’infernale battuta, ormai storica, di Paolo Villaggio sul Potemkin di Ejzenstejn, «boiata pazzesca»; poi si è continuato a battere il tasto dell’anti-critica, sottintendendo che l’indifferenza per certe “distrazioni” tecniche sarebbe anche la dimostrazione del fallimento “formativo” proprio del giornalismo settoriale e magari anche dell’insegnamento universitario. Noi che ci impegnammo, nei lontani anni ’70, nell’introduzione del cinema (non solo dei film) nella scuola media e che vedemmo incelofanare proiettori e cineprese nel giorno stesso della nostra dipartita dalle aule, abbiamo sentito un certo venticello non ancora sopitosi. Infatti proprio qui è il punto, l’equivoco delle pertinenze trasferite, diremmo. L’equivoco che fa sì che un film come L’albero della vita, con la sua paccottiglia di metafore facili, arrivi a essere considerato meritevole addirittura della Palma di Cannes. Il metro, o se preferite la chiave del giudizio, della valutazione artistico/estetica del film resta ancora oggi la generica allusività alla “grande” espressione figurativa e letteraria; espressione, nel caso, “riconosciuta” in quanto offerta dall’autore come oggetto in sé, come metafora fatta, non come composizione suscitatrice di poesia. E fatalmente il riconoscere s’impone, non diciamo sul percepire ed elaborare, sul produrre nuovo senso, bensì addirittura sul trovare (senza troppo cercare) oggetti meno usuali. Nel miscuglio informe, ma dalle apparenze curatissime, di “immagini sublimi”, la correlatività diviene secondaria rispetto allo “stupore”. E così il capolavoro equivale alla paccottiglia, il gessetto del madonnaro all’affresco della Sistina. Gli spazi americani, diciamone uno, di Zabriskie Point si confondono col miracolo della storia lassù nel cielo di Malick, lento e avvolgente, senza più tempo, Universale. Non fa niente se, alla fine, a qualcuno può venire in mente il paradiso del Mulino Bianco. Peggio per lui. L’importante è che, quando l’Arte c’è, la fruizione sia libera, indifferenziata, stupefatta.

qui la recensione del film

 

Franco Pecori
Print Friendly

10 giugno 2011