La complessità del senso
19 11 2017

La polvere del tempo

I skoni tou chronou
Theo Angelopoulos, 2008
Fotografia Andréas Sinanos
Willem Dafoe, Bruno Ganz, Michel Piccoli, Irène Jacob, Christiane Paul, Reni Pittaki, Valentina Carnelutti, Tiziana Pfiffner.
Berlino 2009, fc.

La polvere del tempo e la polvere del cinema si fondono in una mistura, nobile ma mistura, di romanticismo e moralismo di origine ideologica. Il greco Angelopoulos ha saputo, in tempi lontani, dare forme simboliche al contrasto delle poetiche di “rispecchiamento”, per una riflessione umanistica sui disastri del comunismo reale (I giorni del ’36, 1972, La recita, 1975). Poi già nel 1990 Il passo sospeso della cicogna era il segno di una conferma che sembrò definitiva circa lo stampo “intellettualistico” dell’espressione. Ora il 75enne regista si è voluto immergere nientemeno che in una storia di triangolo amoroso, appassionata e disperata, un racconto che sulla carta sembra andare incontro a un pubblico più “largo” ma che, in pratica, riutilizza gli stilemi soliti, attinti a una sensibilità inguaribilmente metaforizzante (niente contro la metafora, costituente del linguaggio anche cinematografico). Il filo conduttore ce lo dà il personaggio di A. (Willem Dafoe), regista maturo, alle prese con un film sul grande amore dei propri genitori, Spyros (Michel Piccoli)  e Eleni (Irene Jacob), un amore che attraversa decenni, paesaggi, situazioni storiche e si complica strada facendo con la presenza di Jacob (Bruno Ganz), ebreo tedesco che aiuta Eleni a salvarsi in Siberia e non la lascia più, sebbene a distanza, mentre lei ritrova il suo Spyros. Toronto, Berlino, gli Stati Uniti, la Grecia, dove alla fine Spyros e Eleni decidono di tornare e dove si svolgono le sequenze finali, composte e drammatiche. Vediamo il mondo cambiare, dagli anni ’50 a oggi e restiamo sospesi tra un’insopprimibile nostalgia e un profondo dolore per le tante cose andate, nella politica e nella società, non solo nel privato dei protagonisti (Jacob: «Abbiamo sognato un altro mondo, ma è andato tutto perso»). Il plot, complesso e articolato, si avviluppa in nodi raramente emozionanti, per via della carica di astrazione imposta dal regista ai personaggi. Tuttavia traspare ancora, specie nel montaggio cadenzato, la passione di Angelopoulos per il cinema stesso, un cinema – sembra dire l’autore – che vale la pena di preservare dalla polvere, minaccia incombente sulle istanze creative. Inutile sottolineare la bravura degli attori, soprattutto di Piccoli e Ganz, nel difficilissimo equilibrio tra “figura” e personaggio.

Franco Pecori

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1 giugno 2011