La complessità del senso
20 11 2017

Salò o Le 120 giornate di Sodoma

film_salo1.jpgSalò o Le 120 giornate di Sodoma
Pier Paolo Pasolini, 1975
Paolo Bonacelli, Giorgio Cataldi, Umberto Paolo Quintavalle, Aldo Valletti, Hélène Surgère, Sonia Savange, Caterina Boratto, Elsa De Giorgi, Ines Pellegrini.

[…] Pasolini è stato anche in Francia un personaggio discusso; la sua morte ha colpito nel vivo un largo settore della cultura anche nella patria del cinema, sicché gli organizzatori hanno pensato bene di dedicargli il festival di Parigi. Il pubblico è accorso quasi con la lingua di fuori a gremire il modernissimo teatro di Chaillot ed ha assistito alla proiezione con l’ansia e la tensione nervosa di chi si aspetta da un momento all’altro la fine del mondo. Tremila persone, discussioni, insofferenze, applausi, ma soprattutto l’angoscia di non saper dare lì per lì una risposta vera, non retorica, non moralista, agli interrogativi profondi, seri, tragici, che Pasolini ha voluto lasciar sospesi con l’ultima sua opera.

 

Alla fine della proiezione per la stampa, qualcuno, il solito salvatore della Patria, ha gridato: «E’ un film ignobile, i crimini fascisti non si possono identificare con la vita sessuale di chi li commette». Il giorno dopo, il critico del Figaro, scandalizzato, «per rispetto alla memoria di Pier Paolo Pasolini», ha preferito non dire niente del film e così se l’è cavata. Sullo schermo della nostra Tv, il commentatore da Parigi si è messo a cercare la “maggioranza” tra gli specialisti che preferiscono l’impegno antifascista di Pasolini e quelli che ne lodano l’arte. Alla conferenza stampa, presenti gli autori italiani e stranieri del festival, davanti a una folla di critici e giornalisti, Bernardo Bertolucci, il regista di Ultimo tango a Parigi, colpito a suo tempo duramente dalla repressione censoria e dagli stessi benpensanti che anche al tempo de La dolce vita felliniana reputarono il pubblico non maturo per vedere certi film, ha detto che «il linciaggio delirante di Pasolini dopo la sua morte è anche un tentativo di trasformare un linciaggio di élite (magistrati, giudici, giornalisti reazionari, censori, ecc.) in un linciaggio di massa, nazionale, con la complicità dei maggiori organi d’informazione e della televisione. L’interdizione della censura è di tipi politico: il film è completamente metaforico, distaccato, non c’è morbosità, né sensualità, né ci sono elementi di offesa al pudore degli italiani».

 

Pasolini, prima di morire, l’aveva detto: «L’apparente permissività della nostra società dei consumi è tutta una falsità e Salò sarà un test per dimostrarlo». Laura Betti ha riferito ciò che il suo amico Pier Paolo le aveva detto e ripetuto: «Sento che questo è il mio miglior film». Dunque, ha detto la Betti: «I censori hanno voluto uccidere Pasolini per la seconda volta». Infatti, Salò non è cosa facile da digerire per chi non sa distinguere la realtà dalla finzione cinematografica.

 

I benpensanti, abituati a misurare l’oscenità sulla pelle nuda degli attori e delle attrici, abituati a trascurare ogni elemento di violenza sociale e di sadismo in genere (western, giallo o rosa che sia), sono chiamati da Pasolini a fare una bella fatica per riflettere su questa lucida operazione di confronto tra la violenza satanica di un testo letterario (Le 120 giornate di Sodoma, del marchese De Sade, opera della fine del ‘700, scritta con la rabbia di un emarginato, in prigione, e con la volontà di provocare nel lettore il sovvertimento di una falsa morale) e il “realismo” dell’immagine cinematografica.

 

Sullo schermo noi vediamo puntualmente raffigurate le azioni, i dettagli, la realtà plastica di un mondo perverso, falsamente sfrontato, ciecamente e vigliaccamente violento, anarchico, legato al carro di un potere arbitrario e già morto esso stesso, anche se di morti ne seminerà ancora molti. Non conta nemmeno la metafora, neanche la raffinatezza della costruzione dell’immagine, la dichiarata, raschiante, accorata ironia di un certo uso della musica romantica o della musica canzonettistica, con i suoi “motivetti” che piacevano tanto. Non conta la meticolosa ricostruzione scenografica di un armamentario di drappeggi da caserma e di intarsi da poesia decadente. Conta la violenta, imbarazzante presenza sullo schermo di una realtà documentaria, distaccata. Conta il valore discorsivo che la rappresentazione del lavoro degli attori assume agli occhi di un pubblico avvezzo a subire le “storie” secondo leggi di identificazione ferree e assolute.

 

Vedendo Salò (e non stiamo a raccontarlo, perché ci mancherebbe appunto la forza di quelle immagini imbarazzanti) non si può non ripercorrere col pensiero il cammino che tutti quelli che hanno lavorato con Pasolini nella realizzazione del film sul set, in concreto, hanno dovuto fare: tirare fuori da se stessi l’illusione di poter scaricare, “rappresentando”, un’azione infernale, una tortura, un atto sadico, un fatto di sangue, la propria “bestialità” sul pubblico.

 


Franco Pecori, Pasolini disturba i censori – Festival del cinema di Parigi, Giorni, 10 dicembre 1975.


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10 dicembre 1975