La complessità del senso
24 09 2017

Un perfetto gentiluomo

The Extra Man
Shari Springer Bergman e Robert Pulcini, 2010
Fotografia Terry Stacey
Paul Dano, Kevin Kline, Katie Holmes, John C. Reilly, John Pankow, Celia Weston, Patti D’Arbanville, Lynn Cohen, Marian Seldes, Dan Hedaya, Jason Butler Harner.

Louis (Dano), giovane aspirante scrittore fissato con Scott Fitzgerald, sembra essere innamorato di Mary (Holmes), giovane aspirante giornalista ambientalista in una pubblicazione di New York. Louis vi ha accettato una collaborazione dopo che ha dovuto trasferirsi da Princeton (New Jersey), dov’era insegnante di inglese. Sembra innamorato, Louis, ma dalla scuola è stato cacciato perché sorpreso allo specchio mentre accostava al busto un indumento intimo femminile. Louis sembra avere tendenza al travestimento, ma quando chiede aiuto all’esperta “curatrice” sessuale Katherine (D’Arbanville) per cercare di venir fuori dal proprio vizietto gli succede, nientemeno, di saltare addosso a quella che gli sembra una donna molto “invitante”. E la cura finisce lì. In che mondo siamo? In quale epoca? L’aspetto fisico e i tratti del comportamento di Louis, gentile, assennato, discreto, farebbero pensare a molti e molti decenni addietro. Altrettanto dicasi per il coprotagonista Henry (Kline), il “perfetto gentiluomo” di cui Louis diviene irreprensibile affittuario e discepolo ossequioso. Henry sembra un uomo un po’ all’antica, squattrinato ma distinto nel fare, cura la forma fisica e non trascura la passione per il teatro aiutandosi con qualche furbizia per non pagare il biglietto. Qualche sospetto sulla possibile valenza equivoca della sua compostezza può venire dal suo strano rapporto col vicino di casa, Gershon (Reilly), energumeno ma timido, sguardo truce ma vocina infantile. Ma la vera sorpresa, almeno per Louis, è l’attività nascosta di Henry, la sua principale attività di “extra man”: tradotto in linguaggio più comprensibile, escort per anziane signore tutt’altro che povere. Veniamo a sapere che la vera ambizione di Henry sarebbe di avere il successo che egli crede di meritare come scrittore di commedie, ma tant’è, il copione nel quale aveva riposto ogni speranza gli è stato “sottratto”, egli crede, dal precedente inquilino. Insomma un groviglio di contraddizioni, eleganti ma corrosive (dialoghi sempre sul filo dell’ambiguità, tra irreprensibile forma e sarcasmo anche spinto), irrisolte ma divertenti (montaggio delle sequenze non progressivo, disponibile all’apertura situazionale), compone uno spettacolo “imbarazzante” per una riflessione sulla falsità del vissuto, del costume, princìpi stessi della convivenza. Non è improbabile che qualche giovane oggi si faccia la domanda che Henry ripete a se stesso, annoiando forse un po’ l’apprendista gentiluomo che gli vive accanto: «Eccoci qua, ma dove siamo?».  Tratto dal libro di Jonathan Ames, Io e Henry, un film dove tutto sembra contrario, dove ogni particolare sta in bilico sull’asse di una verosimiglianza da scoprire, da verificare, da smascherare. Un film molto strano, del quale però non ci sorprendiamo, considerati i precedenti della coppia di registi (moglie e marito), The Young and the Dead (2000), American Splendor (2003), Il diario di una tata (2007). La bravura degli attori (consustanziali ai loro ruoli) contribuisce non poco alla qualità dell’opera.

Franco Pecori

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13 maggio 2011