La complessità del senso
17 12 2017

Tatanka

Tatanka
Giuseppe Gagliardi, 2011
Fotografia Michele Paradisi
Clemente Russo, Rade Serbedzija, Giorgio Colangeli, Carmine Recano, Susanne Wolff, Raiz, Sascha Zacharias, Damir Todorovic, Claudia Ruffo, Lorenzo Scialla, Vincenzo Pane, Luisa Di Natale, Enzo Casertano, Alexander Yassin.

L'”inferno” della camorra e la “bellezza” del pugilato nella periferia di Caserta. Dall’omonimo racconto di Roberto Saviano, nella raccolta La bellezza e l’inferno (Mondadori), la storia – inventata ma verosimile – di Michele, un ragazzo “pescato” da Sabatino (Colangeli), allenatore di giovani pugili di una palestra popolare a Marcianise, e salvato dal degrado sociale in cui dominano il culto della prepotenza e l’imperativo della morale parallela dei boss e del loro esercito privato. Michele (Tatanka è il nome che gli indiani d’America danno al bisonte), impersonato da Clemente Russo, vero pugile campione del mondo alla sua prima prova (brillante) d’attore, affronta un destino da eroe della sofferenza, del sacrificio e del riscatto, passando attraverso i drammatici compromessi dettati dall’amicizia con Rosario (Recano), ragazzo per il quale sconta otto anni di carcere e col quale resta invischiato nel giro della malavita; e attraverso l’altro inferno, professionale, della boxe clandestina di Berlino. Ma sempre, dai primi allenamenti all’ultimo trionfo da professionista, Michele avrà in mente le Olimpiadi, il miraggio propostogli inizialmente da Sabatino, e con questo spirito vorrà infine riscattare la propria “nascita” infernale. Gagliardi, già regista de La vera leggenda di Tony Vilar (2006), mockumentary (“falso documentario”) sulla vita di Antonio Ragusa, l’emigrante in Argentina divenuto famoso negli anni ’60 per la canzone “Quando calienta el sol”, replica in parte il metodo del realismo fittizio introducendo rispetto al testo di riferimento (Saviano) alcuni elementi in funzione narrativa che gli permettono anche – diremmo soprattutto – di configurare il film sotto specie di genere. In tal senso l'”energia” del montaggio (Simone Manetti) e della musica (Peppe Voltarelli) corregge l’impronta referenziale del Gomorra di Garrone, trasformando in “verismo espressivo” (la definizione è dello stesso Gagliardi) il “neorealismo” di partenza. L’uso del dialetto nei dialoghi nulla toglie né aggiunge al discorso. In altre parole, se da una parte, sul versante dell’espressione, si supera la formula ormai troppo usuale del “tratto da una storia vera”, dall’altra il riferimento alla letteratura di Saviano risulta fuorviante, eccessivo.

Franco Pecori

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6 maggio 2011