La complessità del senso
19 09 2017

La tecnica e il rito

film_latecnicaeilrito.jpgLa tecnica e il rito
Miklos Jankso, 1971
Jozsef Madaras, Adalberto Maria Merli, Brizio Montinaro, Sergio Enria.

 

 

 

 

La tecnica di Attila come tecnica di Jancso. Ecco il ruolo concreto dei personaggi: la prima apparizione di Attila definisce già in modo esauriente il metodo, che è un fatto concreto. “Ho l’autorizzazione di me stesso per fare ciò che faccio”; e fa girare intorno a sé il cavallo. Ecco come il ritmo avvolgente (questa volta proprio circolare) di Jancso diviene fatto concreto: forme, rapporto di forme, contenuto. Provate a raccontare La tecnica e il rito. Non ci riuscirete senza riferirvi continuamente alla forma. Altrimenti, parlerete di altro: come parlate di altro quando racchiudete in formule storiche una serie di avvenimenti, che invece vanno cercando la loro forma. Prendiamo la violenza nei rapporti dei tre (due soldati e Attila) all’inizio: ha un aspetto di favola astratta, quasi mistica (quel resuscitare sotto i colpi di freccia), ma non è inverosimiglianza, è simbolo, esistenza profonda. Quando parla uno, l’altro gli gira intorno. Al soldato che ha servito la violenza convinto di eseguire ordini e di preservare la propria innocenza Attila risponde: “Hai figli? Allora, uccidi la tua famiglia”. Il rilancio della violenza! Poi, una carezza al cavallo, uno sguardo verso il mare: alle situazioni simboliche sottendono azioni del reale fotografico che complicano l’inquadratura e la sequenza e danno profondità di esistenza. Ecco il verosimile e il polisenso: Attila guarisce se stesso e gli altri dalle ferite perché sa dare ai suoi gesti e alla sua vita il ritmo e il senso del rito, il rito della violenza. La rappresentazione è dichiarata, nessun equivoco neorealistico. La m.d.p. non sta ferma un attimo: la violenza, in fondo, è un’ansia. Non è necessario mostrarla. Tutto rimane apparentemente calmo, anche nei momenti delle uccisioni: basta il movimento della macchina e quel suonar di tamburi, quel punto di riferimento comune, una continuità simbolica.

Ci sono, nel momento della crescita, gli “amici” di Attila, che non sono d’accordo con i suoi metodi. Sono ostacoli che Attila non può permettersi: quello che gli chiedono non è un gesto di amicizia ma un gesto di debolezza. Perciò, pur amandoli, li deve eliminare. Per le sue mani passano pietre e acqua e tutto finisce in un recipiente. Egli è il nodo, il coagulo di forze che non detiene ma interpreta sul piano della fede: tutti quelli che perderanno la fede in Attila saranno traditori. Ma questa tecnica, buona per la crescita, presenta i suoi pericoli (il processo al traditore: l’inquirente fa domande troppo precise, conosce troppo bene i metodi dei nemici); e diviene impotente sotto il traguardo d’arrivo. L’inezia dell’esercito e la mancanza di fede dei soldati romani non sono un termine dialettico, non servono alla violenza creatrice di Attila. Il centurione del tardo impero può, al massimo, lasciarlo andare; l’ultima sua arma, prima di morire, è la tolleranza. Su cadavere dell’impero si profilano due tendenze, due fratelli: Attila e Bleda. Questi, con l’appoggio dell’impero, ha soddisfatto le proprie ambizioni e può fare ai fedeli di Attila il discorso dell’ordine. Ad essi, che avevano creduto di dover sacrificare il momento della riflessione (“Noi siamo i morti viventi”), Attila dice: Andate e siate i suoi schiavi, non è ancora il nostro momento. Non capiscono, la sconfitta li scoraggia: “Volevamo cambiare il mondo, ma il mondo è più saggio di noi e si cambia e si migliora anche senza di noi. Noi siamo i soldati di una guerra persa”. Invece, la guerra non è persa. Semplicemente, essi non hanno coscienza della tecnica e giocano il rito al buio. Attila compie il suo rito in trasparenza. Solo apparentemente viene coinvolto nel gioco stanco e politico del fratello. Bleda finge di con calcare la mano su di lui, anzi gli dona una sua donna perché i due fratelli siano portatori dello stesso amore. Ma il discorso della violenza non è per niente esaurito: la domanda per la sposa è “Quante volte hai ucciso con queste mani?”. Attila non cerca le nozze ma la morte del fratello. Ecco perché la sua morte, dopo l’uccisione di colei che era stata mandata per ucciderlo, è in realtà una resurrezione. Un coro aspro, di toni duri (ricorda lo Scorpione dei Taviani), intonano gli Unni sul limitare della violenza che risorge. Gli amici credono che Attila sia morto davvero e sbagliano ancora, credono di doversi annullare (nel mare). Invece, Attila è vivo e Bleda lo sa: gli uomini come lui non possono mai morire, perché il mondo ha bisogno di loro. L’ultima inquadratura è di Attila vivo, con la spada in mano, davanti al mare e ai suoi, distesi sulla spiaggia. C’è da credere che risorgeranno. “E finalmente comincia”. Certo, non c’è didascalia. Ma il senso c’è.

 


Franco Pecori La tecnica e il rito di Miklos Jacso, Filmcritica, n. 223, marzo 1972


 

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1 marzo 1972