La complessità del senso
21 09 2017

Se sei così, ti dico sì

Se sei così, ti dico sì
Eugenio Cappuccio, 2010
Fotografia Gian Filippo Corticelli
Emilio Solfrizzi, Belén Rodriguez, Iaia Forte, Fabrizio Buompastore, Totò Onnis, Gaetano D’Amore, Salvatore Marino, Roberto De Francesco, Gianni Colajemma, Manuela Morabito, Pinuccio Sinisi, Francesca Faiella, Azzurra Martino, Eleonora Albrecht, Carlo Conti.

C’è una svolta nei destini dei protagonisti di Cappuccio. Marco (Giorgio Pasotti), il giovane manager di Volevo solo dormirle addosso (2004), Lorenzo (Fabio Volo), l’avvocato trentenne di Uno su due (2006), e Piero (Emilio Solfrizzi), l’ex cantante di successo di quest’ultimo lavoro del cinquantenne regista di Latina. Sono personaggi i quali, assestati in una vita tranquilla, devono far fronte a una “novità” che li mette in crisi e li rimette in gioco, con conseguenti accentuazioni, se non proprio drammatiche, decisamente riflessive rispetto a una presunta “leggerezza” del progetto commedia. Piero Cicala, ormai sulla sessantina, vive nel ricordo amaro di un successo travolgente, avuto da cantante pop all’inizio degli anni ’80, quando una sola canzonetta, “Io, te e il mare”, gli fece vendere un milione di dischi. Poi più nulla. Dimenticato da tutti, è tornato al suo paesello pugliese in riva al mare e lavora nel ristorante di Marta (Iaia Forte), sua ex moglie, la quale ha voluto divorziare, un po’ per gelosia e un po’ per la frustrazione  che il successo di Piero ha procurato alle sue aspirazioni di cantante neo-melodica. Ed ecco che arriva l’emissario televisivo (Fabrizio Buompastore) a proporre una riapparizione di Cicala nel programma in diretta “I migliori anni”. Piero cede alla tentazione e la sua vita cambia: un po’ costringendolo a ripescare un antico magone artistico (non è mai riuscito a imporre sul mercato il suo vero capolavoro, “Amami di più”, la composizione che sempre avrebbe voluto cantare invece della stupida “hit” del fulmineo successo); e un po’ catapultandolo nel mondo straniante di altre effimere apparenze, come quella di Talita Cortès (Belén Rodriguez), “diva” della moda pubblicitaria e del gossip, incontrata nel grande albergo romano dove il cantante è stato fatto alloggiare per la trasferta televisiva. Questa è la fase più riuscita del film, con una Belén ben misurata nella parte e con la regia di Cappuccio che rappresenta poeticamente un certo “vuoto” dell’apparire senza chiedere agli attori inutili sottolineature. Inadeguatezza e coscienza si amalgamano, per così dire, in Talita e in Piero, spingendoli a perseguire ciascuno la propria strada – «Siamo fortunati, dice la donna, facciamo sempre quello che vogliamo» – in una dimensione trasognata e un po’ grottesca, resa con un tocco a tratti vagamente felliniano. Trascinato in America dalla “simpatia” di Talita, Piero riuscirà finalmente a cantare, in una riunione di italoamericani, la sua “Amami di più” e, soprattutto, potrà tornare a casa con una nuova fiducia in sé, pronto a riavviare la propria carriera d’artista. I tremendi e ancora residuali anni ’80, insomma, sono superabili.

Franco Pecori

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15 aprile 2011