La complessità del senso
22 11 2017

Habemus Papam

Habemus Papam
Nanni Moretti, 2011
Fotografia Alessandro Pesci
Michel Piccoli, Jerzy Stuhr, Renato Scarpa, Francesco Graziosi, Camillo Milli, Roberto Nobile, Ulrich Von Dobschütz, Gianluca Gobbi, Nianni Moretti, Margherita Buy, Mario Santella, Tony Laudadio, Enrico Iannello, Cecilia Dazzi, Lucia Mascino, Maurizio Mannoni, Harold Bradley.
Cannes 2011, concorso.

Imitazione e parodia. Due tendenze: la prima è del genere, la seconda dell’autore. L’autore Moretti impone, com’è giusto che dal suo punto di vista sia, la propria visione proiettandola sul mondo e dice: il mondo sono io. Se ne crea una sorta di contrasto, dovuto alla prevalenza soggettiva sul contesto “obbiettivo”. Il contrasto, il più delle volte sarcastico e divertente, produce critica, soprattutto per chi abbia voglia e capacità di lettura seconda, cioè, almeno, non ancorata alla sociologia né alla politica intese come materia/confezione. Questo papa che rinuncia al mandato non è molto diverso dai cardinali che lo eleggono nel conclave e che al momento dello scrutinio sperano tra sé: «Non io, Signore». Ma il genere “conclave” è raschiato al suo interno dalla visione acida di Moretti e, in forma di parodia immaginaria, si apre non tanto alla curiosità dello spettatore/testimone quanto alla dialettica del dubbio profondo e soggettivo. Dubbio, più che di fede, di coscienza e di autocoscienza. Sorpreso dall’elezione, il cardinal Melville (Piccoli bravissimo) apre con la chiave della propria paura la porta della sincerità e grida: «Non ce la faccio!», sconquassando la sicurezza del rito. La mossa di Melville diviene così un invito all’indagine del rapporto interno/esterno tra Chiesa e società. La conclusione dell’indagine è chiarissima, perfino schematica: «La Chiesa ha bisogno di grandi cambiamenti», dice il papa rinunciatario al popolo dei fedeli. E si ritira. Solo la Chiesa? O il mondo intero? La lettura è aperta ed è a questo livello che torniamo indietro, a rivedere il film nelle sue fasi “soggettive”, dove trionfa il Moretti-Moretti, quello dell’ironia irruente, quello della “sofferenza” comica proiettata sullo spettatore messo in croce davanti allo spettacolo “indegno” del pericolo “imitazione”. Nella parte dello psicoanalista privo di fede e “condannato” dalla stessa moglie (Buy), analista anche lei, al primato della bravura, il professore avverte, al cospetto di Melville, un senso di drammatica insicurezza, sente che, in quelle condizioni ritualmente costrittive, non riuscirà a curare la depressione del paziente – una depressione i cui sintomi, a ben leggere, si trovano già nella Bibbia. E si rifugia, lo psicoanalista, nel gioco, organizza un torneo internazionale di pallavolo tra i cardinali in attesa che il papa si rifaccia vivo. Già, perché Melville ha pensato bene di fuggire e, in borghese, tra una seduta e l’altra con la psicoanalista Buy (lo stesso marito ne ha tessuto le lodi, raccomandandone l’intervento), si è mischiato tra la gente, nella vita quotidiana, rafforzando così la propria convinzione di non essere lui il papa adatto al cambiamento di cui il mondo ha bisogno. Tutto questo sarebbe soltanto una didascalia se non prendesse la forma di una rappresentazione parodiante, con un cardinale che chiede di giocare a “palla prigioniera” e che si sente rimproverare da Moretti: «La palla prigioniera non esiste più da cinquant’anni!»; con gli inserti di teatro (Cecov), che ci suggeriscono un contest implicito e imbarazzante tra “vita vissuta” (genere) e vita trasognata (l’aspirazione di Melville all’arte attoriale); e con l’aspettativa, in una scena teatrale più ampia, dei cardinali e della folla in Piazza S. Pietro mentre una guardia svizzera è incaricata di muovere le tende dell’appartamento papale per mantenere l’illusione che lì il Papa stia pregando. Risuonano le note di una canzone in lingua spagnola: «Todo cambia». Vedete voi in che senso. Di sicuro Moretti mantiene il suo cinema al proprio livello, fuori dai generi.

Franco Pecori

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15 aprile 2011