La complessità del senso
19 09 2017

Il colore della libertà

film_ilcoloredellaliberta.jpgGoodbye Bafana
Bille August, 2007
Joseph Fiennes, Dennis Haysbert, Diane Kruger, Shiloh Henderson, Tyron Keogh, Megan Smith, Jessica Manuel, Faith Ndukwana.

Condannato nel 1963 all’ergastolo con l’accusa di sabotaggio, tradimento e cospirazione, Nelson Mandela, leader della lotta contro l’Apartheid in Sudafrica, restò nelle carceri del regime fino al 1990, quando l’African National Congress fu riabilitato dal presidente De Klerk. «Quando sono uscito di prigione, questa era la mia missione, liberare sia gli oppressi che l’oppressore. Qualcuno dice che lo scopo è stato raggiunto. Ma io so che non è questo il caso. La verità è che noi non siamo ancora liberi, abbiamo soltanto conquistato la libertà di essere liberi, il diritto a non essere oppressi». La conclusione dell’autobiografia di Mandela, Long walk to freedom, indica l’attualità di un discorso non ancora compiuto, nonostante il Nobel ricevuto nel 1993 e l’elezione a presidente nel 1994. August, due volte Palma d’oro a Cannes (Pelle alla conquista del mondo, 1988, e Con le migliori intenzioni, 1992), ammorbidisce un certo rigore stilistico che aveva caratterizzato il suo cinema per concedere al racconto una sostanza epica, non esplicita nella sceneggiatura ma presente soltanto come riferimento storico. Dalle memorie del carceriere di Mandela, James Gregory (Fiennes), il regista trae gli elementi di un’evoluzione del giudizio sulla vita e sull’opera politica e culturale dell’uomo che col suo comportamento e con le sue parole corresse in senso democratico i destini di un Paese; evoluzione che ebbe Gregory grazie alla frequentazione forzata di Mandela (Haysbert), il cui controllo gli era stato affidato in quanto afrikaner bianco, conoscitore della lingua Xhosa. Si parte da un Gregory che considera i neri come veri nemici, perfettamente degni dell’Apartheid più brutale. Sua moglie (Kruger) educa i figli dicendo loro che «Dio vuole così». E si arriva ad una conversione quasi totale, con Gregory non più “secondino”, ma uomo rispettoso di un altro uomo, del quale riconosce i grandi meriti. Nel complesso, il film resta a metà tra lo sguardo personale sui protagonisti e il racconto di momenti esemplari di tutta un’epoca. Gli attori sono all’altezza del compito.

Franco Pecori

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30 marzo 2007