La complessità del senso
21 09 2017

Poetry

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Lee Chang-dong, 2010
Fotografia Kim  Hyunseok
Yoon  Hee-Jeong, Lee  Da-Wit, Kim  Hira, Ahn  Nae-Sang.
Cannes 2010: Lee  Chang-dong sc.

Più che sulla poesia, è un film su alcune difficoltà, nella comunicazione e nel comportamento (sociale sarebbe parola ridondante). Difficile definire la poesia, difficile vivere poeticamente, difficile trovare l’ispirazione, difficile coniugare la bellezza poetica con la realtà violenta e con l’estraneità delle situazioni in cui ci troviamo. Difficile dirlo e trasmetterlo direttamente in maniera univoca, difficile comporre una metafora per dirlo. Si va incontro alla disperazione. L’Alzheimer, forse, la malattia di un mondo vittima della smemoria, della debolezza dei collegamenti, delle deduzioni, dei pensieri collettivi, storici. In punta di piedi ma con energia provocatoria – questo lo stile del regista coreano, (Oasis, 2002, Secret Sunshine, 2007) – il film percorre l’arduo sentiero di un racconto impossibile (la sceneggiatura, dello stesso Lee Chang-dong, è stata premiata a Cannes e, insieme alla regia, agli Asian Fims Award di Hong Kong), incarnandosi nella sensibilità della protagonista. Mija (bravissima Yoon Hee-Jeong) si prende cura del nipote adoloscente, la cui madre si fa viva di rado. Il ragazzo, indifferente, disordinato e chiuso, fa parte di una combriccola di coetanei. In sei violentano per mesi una ragazzina, la quale finisce per suicidarsi. Mija lo viene a sapere dai genitori dei giovani, riunitisi per trovare una soluzione che impedisca lo scandalo a scuola. Ci si quoterà per indennizzare la madre della vittima, una contadina della zona. Come farà Mija a trovare i 5 milioni che le servono? L’unica sua attività consiste nell’assistenza a un anziano invalido, il quale, “prima di morire” vuole provare un’ultima emozione aiutandosi col Viagra. I tempi stringono e la vicenda è arrivata all’orecchio di un giornalista. Siamo nel giallo, che c’entra la poesia? Gli è che il fatto capita a Mija, signora di una certa età dall’animo sensibile, la quale fin da bambina ha sognato di diventare poetessa. E adesso si è iscritta a un corso di poesia. Sì, c’è un insegnante che cerca con parole semplici di spiegare alla sua classe di appassionati apprendisti e apprendiste come sia possibile, seppur difficile, scrivere poesie: «Per scrivere una poesia bisogna vedere. Questa è una mela, ma forse una mela finora non l’avete mai vista per davvero. Un foglio di carta bianco può essere un mondo prima della creazione. In ognuno di voi c’è la poesia, è nel vostro cuore». E via dicendo. I ragazzini violentatori ne restano fuori, ma fino a un certo punto. Certo non dobbiamo aspettarci davvero che ci venga chiarito il problema del linguaggio poetico – c’è da temere piuttosto che da un momento all’altro si affaccino in aula un Giovanni Allevi o un Federico Moccia. Ma c’è un particolare, uno degli allievi poeti è un poliziotto. Le sue battute “spiritose” e volgarotte “offendono” la poesia ma piacciono alle signore della classe. E comunque, poesia a parte, un poliziotto è sempre un poliziotto. L’aggancio è un po’ meccanico ma può funzionare. Quanto alle corrispondenze più interne, l’esercizio diviene più complicato. L’insegnante di poesia sostiene che «basta sentire le cose e scrivere ciò che si sente, come se si prendessero appunti», ma sarà così? Mija sembra crederlo e porta con sé un taccuino, si ferma spesso ad annotare sensazioni e pensieri. Oh il cinguettio degli uccelli, cosa cantano? La delicata nonna va dalla madre della suicida a nome dei genitori dei cattivi ragazzi, per proporre l’indennizzo, ma sul viottolo di campagna incontra delle susine mature a terra, ne resta incantata e dimentica di parlare di soldi. Avanza l’Alzheimer o vince la poesia? Dipende dalla serietà con cui vogliamo affrontare il discorso. Se il cinema è coreano, pare vinca la poesia.

Franco Pecori

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1 aprile 2011