La complessità del senso
20 09 2017

Hollywoodland

film_hollywoodland.jpgHollywoodland
Allen Coulter, 2006
Adrien Brody, Diane Lane, Ben Affleck, Bob Hoskins, Lois Smith, Robin Tunney, Joe Spano, Molly Parker, Dash Mihok.
Venezia: Ben Affleck Coppa Volpi at

Un caso irrisolto. Hollywood, 16 giugno 1959: George Reeves (Affleck), l’attore che dà il volto a Superman per la serie televisiva di enorme successo, muore nella sua stanza da letto per un colpo di pistola alla testa. Suicidio? La polizia di Los Angeles archivia, ma l’anziana madre di Reeves (Smith) non crede alla versione ufficiale e assolda un detective privato, Louis Simo (Brody). La vita del figlio si era complicata dopo che l’attore aveva accettato per amante Toni Mannix (Lane) – una donna influente, più grande di lui, moglie del dirigente della Metro Goldwyn Mayer (Hoskins) – lasciandola poi per una giovane attricetta (Tunney). Irrisolto anche il thriller. Coulter, al suo esordio nella regìa, lascia in sospeso la soluzione. Ma è invece molto chiaro il vero tema del film. Hollywood può uccidere. La vera indagine è sull’essenza del cinema-industria, industria dell’immaginario, e sui rapporti tra il grande schermo e la televisione. Quest’ultimo mezzo è colto nel momento culminante della fase che dalla nascita lo ha portato al consolidamento dell’influenza sul vastissimo pubblico casalingo. L’attualità del film è nella questione, oggi ormai vitale, dell’influenza dei mezzi di comunicazione di massa non solo sui fruitori ma, prima ancora, su se stessi, nell’interscambio semiologico. Quello di Hollywoodland è un paesaggio a più strati, databili e identificabili. Il passaggio dal fumetto all’animazione e poi alla messa in scena è fissato negli anni dell’affermazione più vasta della Tv come mezzo capace di incidere sulla fantasia e sul sistema di valori degli adulti attraverso la cattura del pubblico infantile. Superman è il personaggio ideale, eroico e puro. Tale valore assoluto, tende ad assolutizzare le entità offerte dal contesto, persone comprese, prima fra tutte quella dell’attore che dà corpo al personaggio. Più che il killer di Reeves, il detective Simo è chiamato a scovare il killeraggio, il meccanismo che uccide il processo di produzione del senso, nei suoi aspetti industriali, psicologici, sociologici, estetici. E difatti, Simo – bravissimo Brody, consapevole di portarsi sulla faccia il peso “insostenibile” della leggerezza di Bogart-emissario-di-Chandler e forse più meritevole del premiato Affleck -, mentre fa progressi nei dubbi sul suicidio di Reeves, va scoprendo le ragioni della morte di quel Superman. E come in uno scavo archeologico, attraversa lo strato televisivo per arrivare al cinema, da qui risalendo poi verso la Tv, per ritessere la tela mitologica che trasforma le persone in bugie dagli abiti consunti. Guarda dentro se stesso, il detective, lasciando il caso irrisolto.

Franco Pecori

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23 marzo 2007