La complessità del senso
22 11 2017

The Ward – Il reparto

The Ward
John Carpenter, 2010
Fotografia Yaron Orbach
Hamber Heard, Mamie Gummer, Danielle Panabaker, Lyndsy Fonseca, Jared Harris, Mika Boorem, Laura-Leigh, Sali Sayler, Susanna Burney, D. R. Anderson, Sean Cook, Jillian Kramer.

Perché Kristen (Heard) viene rinchiusa in quel reparto psichiatrico, misterioso e lugubre? La ragazza non riesce a farsene una ragione. Vi sono altre quattro “pazienti”, non meno “disturbate”. Kristen cerca di stabilire con loro un qualche rapporto, ma tutto resta nel vago. Una sola sensazione si va delineando, il bisogno di uscire, di andar via da quel luogo, da quella “ingiustificata” prigione, dove medici e infermieri hanno un’aria per nulla rassicurante. Kristen sente crescere dentro di sé la paura che qualcosa di “non umano” stia accadendo. Specialmente nel buio della notte si sente aggredita da presenze estranee e mostruose. Ma non abbiamo elementi per capire, nemmeno noi. Non ci resta che attendere una spiegazione che, prima o poi, il regista si deciderà a fornirci. Intanto andiamo avanti di sequenza in sequenza, pronti a ricevere le solite “frustate di paura”, come in un horror che si rispetti. E di rispetto Carpenter ne merita. È lui il medesimo autore della serie Halloween, partita nel 1978 con La notte delle streghe e arrivata, con altre regie, fino al 2007 (The Beginning, di Rob Zombie); ed è lui, il regista di Fog, di La cosa, di Essi vivono. Apparentato con Bava e Argento, Carpenter è anche evaso in territori più “ariosi” e impegnati, come per 1997 – Fuga da New York. Ma qui, in questo Reparto, qualcosa non funziona. Abbiamo il sospetto che i personaggi non vivano di vita propria, specie le ragazze ricoverate insieme a Kristen. Poi, quando nel finale interviene il Dottor Stringer (Harris) con una dettagliata spiegazione, finalmente capiamo di che pasta sono fatti i personaggi. Ma è troppo tardi. Cadono le illusioni e la chiave psicoanalitica non è sufficiente a recuperare il thriller perduto. Attenzione, non è nemmeno colpa di Carpenter. O meglio, il regista deve rimproverarsi soltanto di averci messo in condizioni di inferiorità rispetto al film, rappresentando l’interno e l’esterno della protagonista senza distinzioni formali – e si sa che, al cinema tutto ciò che vediamo abbiamo il diritto di prenderlo per “vero”. Altrimenti siamo alla mercé dell’esperto e delle sue spiegazioni. E non è bello.

Franco Pecori

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1 aprile 2011