La complessità del senso
23 09 2017

Mia moglie per finta

Just go with it
Dennis Dugan, 2011
Fotografia Theo  van de Sande
Adam Sandler, Jennifer Aniston, Nick Swardson, Brooklyn Decker, Dave Matthews, Bailee Madison, Kevin Nealon, Griffin Gluck, Nicole Kidman, Elena Satine, Rachel Specter.

Impenetrabile. Non per l’idea che sembra dare vita al racconto, idea del tutto “elementare”, trasparente e di facilissima arguzia. Danny Maccabee (Sandler) fa il rubacuori fingendo di essere sposato, la fede al dito gli funziona da attrazione verso le donne. Ma nel risvolto vedremo che proprio la donna (Aniston), madre di due bambini, che tutti i giorni gli sta vicina come assistente (Danny è un chirurgo plastico), si dimostrerà la più adatta a divenire la sua compagna. Altro che matrimonio alla Hawaii con la giovane-schianto Palmer (Decker). Senonché la strada per arrivare al risultato finale sarà un po’ complicata. Preso dalle prorompenti fattezze di Palmer, proprio con lei Danny ha voluto fare eccezione alla regola e ha nascosto la fede. E a Palmer gli uomini sposati non piacciono! Quindi Katherine, l’assistente, è chiamata a fingersi moglie sul punto di divorziare e perfino contenta di vedere il marito felice con la bella ragazza. La finzione va realizzata per bene. C’è il finto nuovo compagno (Swardson) di Katherine, c’è anche l’ex amica/nemica di college (nientemeno che Kidman, impegnata in una particina sproporzionata) e insomma c’è tutta una fittissima trama di mini-situazioni fittizie, poggianti su un tappeto paradossale di rappresentazioni estranee, nel complesso e nel dettaglio, a un sistema referenziale che non sia “americano”. Un linguaggio, cioè, impenetrabile. Il solo modo per comprenderlo è accettarlo in blocco così com’è. Così la scarica ininterrotta di battute, allusioni, spiritosaggini, simpatie, sconvenienze e amorevoli sminuzzamenti si manterrà composta nell’insieme comportamentale e ideologico in cui è nata ed entro cui tende inesorabile a riprodursi. E non nuocerà alla salute dello spettatore, sempre meno abituato a distinguere tra realtà e finzione e sempre più assuefatto all’inganno della “storia vera”. C’è anche il rischio che il film sia divertente. O almeno istruttivo. Per chi fosse interessato a un confronto di codici (e di valori artistici), la memoria può andare a Fiore di cactus, di Gene Saks (1969), con Walter Matthau, Ingrid Bergman e Goldie Hawn.

Franco Pecori

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1 aprile 2011