La complessità del senso
18 11 2017

Non lasciarmi

Never Let Me Go
Mark Romanek, 2010
Fotografia Adam Kimmel
Carey Mulligan, Andrew Garfield, Keira Knightley, Isobel Meikle-Small, Ella Purnell, Charlie Rowe, Charlotte Rampling, Sally Hawkins, Kate Bowes Renna, Nathalie Richard, Andrea Riseborough, Domhnall Gleeson, Hannah Sharp, Christina Carrafiell, Luke Bryant.

A mezz’aria. Romantico e thriller, fantascientifico e drammatico, sociopolitico e moralista, immaginario e realistico, attuale e passato. Si potrebbe continuare. Tratto dal romanzo di successo del giapponese/britannico Kazuo Ishiguro, il film dell’americano Mark Romanek (One Hour Photo, 2002) ci fa stare col fiato sospeso, non tanto per capire quale sia il vero tema quanto per decidere (dobbiamo farlo noi) quale sia il genere e quindi la chiave interpretativa più utile alla comprensione del racconto. Siamo nell’Inghilterra del secolo scorso (anni ’90). I tre ragazzini che all’inizio vediamo a scuola, Kathy (Meikle-Small), Ruth (Purnell) e Tommy (Rowe), frequentano un istituto cupo, le cui atmosfere fanno pensare almeno all’Ottocento. Educati molto rigidamente (dirige Rampling con scontata durezza), i tre protagonisti trovano comunque il modo di scoprire in se stessi le normali pulsioni della loro età, lasciando uno spiraglio per l’arrivo del sentimento amoroso. E siccome il loro si va configurando come un terzetto, amicizia e gelosia si fondono in un tutt’uno dal sapore anche pedagogico. Un minimo sospetto che qualcosa di non del tutto chiaro si svolga in quella scuola rigorosamente recintata (proibitissimo varcarne il cancello) sarà il caso di coltivarlo, giacché d’ora in poi cominceremo a sospettare che, finite le scuole elementari e medie, il futuro riserverà ai tre delle sorprese. O meglio, le riserverà a noi spettatori, mentre, stando all’aria vagamente “compresa” del loro comportamento, i ragazzi sembrano pronti ad affrontare il destino. Se non abbiamo letto il romanzo, siamo svantaggiati. L’unico indizio, in verità abbastanza insistito, è la parola “donazioni”: se teniamo presente la primissima sequenza che, ripresa nel finale, andrà a chiudere il film in un flash narrativo (usualissimo), forse riusciremo a sorvolare sulle nuances generiche (di genere) che continuano a confonderci le idee e saremo salvi. Più difficile il cammino di Kathy (Mulligan), Ruth (Knightley) e Tommy (Garfiel), man mano che l’adolescenza se ne va e il “sacrificio” delle donazioni diviene ineluttabile. Stretti nella morsa di un dovere “umanitario” (così sembra) stabilito da un qualche programma sociale di cui non si fa mai cenno, i giovani destinati a donare il proprio corpo per la salute mondiale – l’alternativa sarebbe il ritorno, voluto da nessuno, ai tempi del cancro e della sclerosi multipla – hanno un’unica via per tentare di ritardare l’esecuzione del programma: dovranno dimostrare di amarsi, di essere innamorati. Il problema è che sono sempre stati in tre e la coppia formatasi non è stata quella giusta. Come finirà? Lasciamo perdere. Il problema con cui usciamo dalla proiezione è divenuto, nel frattempo, più radicale. Fino a che punto vale la pena di tentare un “perfezionamento” sistematico dell’umanità? Sarà una vita più vera? Sono discorsi che, se non fatti con la dovuta coerenza e intensità espressiva, rischiano di perdersi in un esercizio di stile. La complessità di uno scrittore come Ishiguro ha già trovato “traduzione” cinematografica nel film Quel che resta del giorno (1993), ma il paragone con la regìa di James Ivory rischierebbe di essere impietoso.

Franco Pecori

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25 marzo 2011