La complessità del senso
17 10 2017

Sotto il vestito niente – L’ultima sfilata

Sotto il vestito niente – L’ultima sfilata
Carlo Vanzina, 2010
Fotografia Carlo Tafani
Francesco Montanari, Vanessa Hessler, Richard E. Grant, Giselda Volodi, Virginie Marsan, Claudine Wilde, Paolo Seganti, Mario Cordova, Alexander Doetsch, Elena Cotta, Vincenzo Zampa, Francesco Barilli, Ernesto Mahieux, Srefano Molinari.

Dario Argento, De Palma… Ma no! Vanzina è Vanzina, il suo thriller è trasparente. Sotto il vestito tutto. Come fu già, del resto, per il primo “Sotto il vestito” (1985). Dopo un quarto di secolo, riemerge la passione dell’autore per il genere thriller. Anzi, come sembrerebbe più giusto dire, per il thriller di genere. Abbiamo detto autore e infatti non si può negare che l’autore vi sia: a patto che non si parli di cinema “d’autore”, che per  i Vanzina (Enrico sceneggiatore e Carlo regista, ma lavorano veramente in fusione) è quasi una parolaccia – la sceneggiatura è firmata anche da Franco Ferrini, oh come sono lontani quei dodici numeri della rivista “Cinema & Film”, usciti tra il 1966 e il ’70 con Ferrini nel comitato di redazione. La ditta Vanzina – che siano vacanze natalizie o barzellette in giro per il mondo, misteri giallastri o monnezze riciclate – è riconoscibile per la semplicità del tratto, accentuatasi negli anni con l’accumulo dei film, anche diversissimi l’un l’altro ma sempre più esplicitamente programmati in funzione di una leggibilità convenzionale. Commedie senza commedia, thriller senza suspence, ma commedie e thriller con tutti gli ingredienti riconoscibili e bene in evidenza, come per una preoccupazione di non togliere tranquillità allo spettatore. Tale trasparenza si coniuga poi senza alcun contrasto con l’altra, che in un certo senso la precede sul set, laddove la personalità e la consistenza fisica degli attori e degli scenari deve confrontarsi con la finzione. E si affida, com’è giusto che sia, alle angolazioni e ai tagli, alle durate, alle invenzioni nei rapporti inquadratura-sequenza. Qui la semplicità diviene provocatoria, senza segreti. E, paradosso, nella “sfilata” delle componenti, l’ultimo interesse del thriller è l’assassino, giacché dall’inizio si è percepita l’inutilità del “rinvio” a vantaggio del costruttivismo tipologico di cui vive il racconto. Sì, una qualche “umanità” spunta dalle movenze dell’ispettore Malerba (bravo Montanari), nonostante l’irrilevanza del background fashion-supposto e la superficialità delle reazioni degli altri personaggi agli stress della vicenda. Ma sta di fatto che, non si sa come, finisce per risultare più importante la nascita della figlia del poliziotto (la moglie incinta lo ama e ne rispetta il lavoro) a fronte dell’intrigo vagolante tra spionaggio industriale (i disegni per la nuova sfilata di moda del famoso stilista) e sessualità famigliare (etero e omo). L’alta moda? Non se ne vede. Se ne percepisce piuttosto un sotterraneo complesso, da cui la necessità di risarcirne le frustrazioni morali (ambizioni e vita sregolata) con il “premio” alla protagonista femminile (Hessler), salvata dall’inferno dei lussi e rispedita al banchetto di fioraia svedese dov’era stata pescata in un momento di non ben chiarita emergenza drammatica. E resta la semplicità di fondo, sostanzialmente non intaccata dalle lunghe spiegazioni del finale, che denunciano la meccanicità dell’intreccio. Resta il gusto della “nuvoletta” sulla bocca degli attori, lo strano piacere del disimpegno anche espressivo.

Franco Pecori

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25 marzo 2011