La complessità del senso
25 09 2017

Sorelle Mai

Sorelle Mai
Marco Bellocchio, 2010
Fotografia Marco Sgorbati, Gian Paolo Conti
Pier Giorgio Bellocchio, Elena Bellocchio, Donatella Finocchiaro, Letizia Bellocchio, Maria Luisa Bellocchio, Gianni Schicchi Gabrieli, Alba Rohrwacher, Valentina Bardi, Silvia Ferretti, Irene Baratta, Alberto Bellocchio, Anna Bianchi.
Venezia 2010, fuori concorso.

1965, I pugni in tasca. Fatto in casa, a Bobbio (Piacenza), dove Bellocchio è nato nel 1939. Dopo 45 anni, cinema ancora fatto in casa. E mai la domenica. Sei capitoli. Sembrano ritagli di tempo, ricordi – si vede per un momento anche il Lou Castel di allora, segno di riconoscimento non necessario ma emozionante – e ricordi profondi, personali, intimi. Però non privati, invece storici. Storia, piccola storia di Val Trebbia, e storie personali lottano e bruciano sulla graticola espressiva producendo una tensione quasi insostenibile: thriller senza assassino, un vero e proprio A-avatar, ricerca di smarcheramento, indagine non “spettacolare” né “internazionale” sulle ragioni socio-analitiche di vite deboli di senso. «La nostra città esiste da più di duecento anni, ma vaffanculo», mormora il protagonista alla fine. Il protagonista è Giorgio (Piergiorgio Bellocchio, figlio del regista). Ce l’ha con quel certo modo che molti hanno, forse troppi, di vivere tutta una vita mangiando dormendo facendo figli e morendo. E ce l’ha, in fondo, con se stesso, cui è toccata la sorte, dopo aver visto passare i sogni di un sentire diverso e le malinconie di una coscienza oggettivamente non rimediabile, la sorte paradossale di filmare con una piccola telecamera, quasi novello “regista di matrimoni”, l’ultimo spettacolo, soggettivo e provinciale, di Gianni (Schicchi Gabrieli), l’amico di famiglia che lo ha visto crescere e tornare più volte a Bobbio, a trovare le zie (Letizia e Maria Luisa, sorelle di Marco), testimoni patetiche e insieme incrollabili conservatrici di ferrei sentimenti minimali. Vestito da modugnesco “Uomo in frack”, Gianni chiama Giorgio, ormai divenuto regista, a testimone dello sfinimento che per una volta, l’ultima, lo fa sentire protagonista. E cosa può fare Giorgio se non riprendere la scena per poi restarne allibito? In parallelo vive nel film la bambina Elena (Elena Bellocchio), figlia di Sara (Finocchiaro), sorella di Giorgio dalle vane aspirazioni d’attrice e dal destino di mamma. Dalle elementari alla terza media, Elena traccia un segno non semplice, che riflette, indica e disvela l’impulso ai giorni nuovi, la dinamica inarrestabile verso l’ennesima incoscienza, tra espansivi affetti e ricerche di protezione. Forse è la storia che si ripete, forse è una probabilità altra. Di sicuro è al femminile. Le fasi biografiche si susseguono negli episodi il cui realismo è dato anche da un certo sapore di esercitazione, di laboratorio e soprattutto dalle circostanze, diverse nei tempi, della realizzazione. Il fattore documentario è attinto dall’arte nelle fasi proprie dello svolgimento, “indipendente” dalla macchina cinema e rispettoso del respiro umano, del passare dei decenni e del trasformarsi dei materiali. Sul filo della congruenza ma forse unico momento non omogeneo, il pur gustoso paragrafo del consiglio di classe, col preside Alberto Bellocchio e con la professoressa di latino e greco Rohrwacher impegnati nel salvataggio dalla bocciatura di uno studente distratto-non-distratto. Contribuiscono al bel risultato i suoni in diretta e la fotografia, forme tanto discrete quanto provocatorie nella loro anti-confezione.

Franco Pecori

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16 marzo 2011