La complessità del senso
19 11 2017

La cerimonia

Gishiki
Regia Nagisa Oshima, 1971
Sceneggiatura Takeshi Tamura, Nagisa Ôshima, Mamoru Sasaki
Fotografia Toichiro Narishima
Kenzo Kawarazaki, Atsuko Kaku, Atsuo Nakamura

La cerimonia testimonia il costante impegno di Oshima per un cinema soggettivo eppure limpido, trasparente, rivolto ad un pubblico consapevole e attivo, partecipe e non succube di una suggestione: “Solo quando un’opera giunge ad essere un’espressione soggettiva può esservi comunicazione tra l’autore e gli spettatori, e l’opera può stabilire rapporti intensi con la realtà e assumere una funzione critica” (cfr. Quaderno n.27 della Settima Mostra del Nuovo Cinema, Pesaro, 1971). Proprio i riferimenti puntuali alla tradizione e alla storia del Giappone sono elementi necessari per un discorso non autoritario, che stabilisce con lo spettatore un rapporto intersoggettivo. La lettura di un’opera come Gishiki non può che proporsi come lettura di civiltà, di cultura; una fruizione cosciente, in senso storico-antropologico e in senso politico, che richiama continuamente ad una considerazione paradigmatica, estensiva rispetto all’organicità del contesto e rispetto alle implicazioni strutturali che certi segni contengono al loro interno.

Il significato del telegramma iniziale di Terumichi – “Terumichi morto stop Terumichi” – potremo coglierlo solo alla fine del film, dopo avere sperimentato con un processo induttivo-deduttivo, lungo la memoria di un ricorrente meccanismo cerimoniale, l’organicità interna del film stesso. La scelta della cerimonia come struttura non-narrativa è dovuta, infatti, da un lato al valore che essa ha nella cultura giapponese – “E’ in occasione di una cerimonia, dice Oshima, che si rivelano le particolarità dell’animo dei Giapponesi” -, e dall’altro, all’intenzione antiespressiva e antipsicologistica dell’autore. Oshima vuole chiamarci non a scoprire il carattere dei personaggi, ma a partecipare alla crescita polisemica che le sequenze alimentano se relazionate nel senso orizzontale. Procedendo il film, cresce la consistenza del referente, sempre per meriti interni al film stesso, che proprio per la sua sistematicità-funzionalità ha una specie di doppio aspetto “figura-specchio”. I rapporti tra i membri della famiglia Sakurada non sono solo affettivi. Per considerarli tali, dobbiamo anzi fare uno sforzo e penetrare all’interno della gestualità della cerimonia. Ciò che invece si coglie bene è il discorso che viene fatto attraverso queste relazioni, che pure sono ben concrete; ma per coglierlo occorre superare la lettura a gradini, secondo la catena causa-effetto. Ogni particolare acquista significato solo se visto nell’insieme tutto insieme. Non si può ignorare, allora, che la scena del film è, oltre a quella del viaggio di Masuo e Ritsuko, sia la Manciuria (sempre presente come punto di riferimento, come radice ideale), sia la casa paterna. In questo “luogo dell’imperialismo giapponese” avvengono incesti e suicidi; è in riferimento alle sorti del Giappone che la figura di Masuo acquista quella profondità per cui il protagonista diviene un quarantenne (Oshima) di fronte alla storia del suo Paese.


Franco Pecori I migliori film del 1971: La cerimonia, Filmcritica, n. 221, gennaio 1972


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10 gennaio 1972