La complessità del senso
23 11 2017

La vita facile

La vita facile
Lucio Pellegrini, 2010
Fotografia Gogò Bianchi
Pierfrancesco Favino, Stefano Accorsi, Vittoria Puccini, Camilla Filippi, Angelo Orlando, Eliana Miglio, Ivano Marescotti, Souleymane Sow, Max Tardioli.

Troppo facile e squilibrato. Il “trasferimento” in Africa a curare i bambini in un ospedale arrangiato è una sottoidea che non regge se insieme non si sviluppa un racconto che la sostenga e non la lasci marcire come pretesto. Quando poi l’attesa dell’avvio si prolunga per una buona metà del film, si consolida l’impressione che a livello di sceneggiatura qualcosa sia sfuggito agli autori, Stefano Bises e Andrea Salerno. Per una buona oretta infatti ci chiediamo perché mai Luca (Savino), medico chirurgo ben piazzato in una clinica romana di lusso, si lasci spedire nel continente nero, dove non avrà i guanti per operare né l’acqua sufficiente per docciarsi. «Per dare una mano a Mario», si lascia sfuggire. Sono stati compagni di studi, poi Mario (Accorsi) ha preso il volo come colpito da sacro fuoco umanitario. Ora accoglie l’amico con apparente slancio. Nessun segno di sospettabile disagio tra i due, finché non appare Ginevra (Puccini) e comincia ad emergere qualche indizio di gelosia. Ma non sarà nemmeno solo questa la ragione del dramma prossimo venturo. Cominciate ad associare il senso del titolo – scontato quanto si vuole (se non altro per la tardiva opposizione alla mitica “vita difficile” di risiana memoria) ma comunque evocativo – a un certo modo purtroppo poco men che usuale di scavalcare le difficoltà della vita “agiata” e scoprirete finalmente il target narrativo. Niente più che una trovata, quasi soltanto una barzelletta, che non riveliamo per non togliervi almeno il gusto di un sorriso/smorfia col quale saluterete la fine del film. Diciamo soltanto che quei due “amiconi” non hanno nulla da invidiarsi l’un l’altro quanto a furbizia e opportunismo, compresa e non ultima la sfera sentimentale rappresentata con discreta efficacia dalla ragazza che, a prima vista, sembra tutta “cuore e amore”. L’interpretazione di Favino e Accorsi scivola via in maniera generica, degna dell’approccio registico.

Franco Pecori

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4 marzo 2011