La complessità del senso
20 11 2017

Another Year

Another Year
Mike Leigh, 2010
Fotografia Dick Pope
Jim Broadbent, Ruth Sheen, Oliver Maltman, Lesley Manville, Peter Wight, David Bradley, Martin Savage, Karina Fernandez, Michele Austin, Philip Davis, Imelda Staunton, Stuart McQuarrie, David Hobbs, Badi Uzzaman, Meneka Das.
Cannes 2010, concorso: menzione Giuria Ecumenica.

È un anno così, un altro anno. Ben diverso da come lo vorrebbe Janet (Staunton) – e sappiamo che si tratta di una donna un po’ speciale, lo ha dimostrato in un precedente film dello stesso regista, Il segreto di Vera Drake. La casalinga Janet vorrebbe proprio un’altra vita e se Leigh mette l’attrice lì, all’inizio di Un altro anno, a sospirare quella (vana) speranza, dobbiamo prendere la scena come un indizio importante, un orientamento del testo, ricavato dall’insieme delle sequenze/verità che compongono il quadro di una quotidianità umoristicamente e drammaticamente raccontata da uno degli ultimi, forse, esponenti del cinema che va scomparendo, quello inglese di tradizione documentaristica. Documentario ma fino a un certo punto, come dev’essere. Realismo critico, con pathos e con sorriso, diremmo con artistica com-passione, nell’accostarsi a una società che i più tendono a dimenticare, a lasciare da parte. Com’è lontano l’Impero e com’è lungo e “inutile” ogni altro anno che passa, ogni stagione, ogni giorno che la gente normale vive senza prospettiva. Gente scelta dal regista fuori dai canoni della selezione “cinematografica”, volti e modi usuali e nello stesso tempo singolari nel loro muoversi e respirare autentico, come se davanti alla macchina da presa si potesse essere se stessi. È il miracolo dell’altro cinema, il cinema che contesta – e quindi vale con – il cinema prefabbricato e “internazionale”; il cinema che da noi segnò l’epoca del neorealismo e con il quale ancora oggi, nei mondi lontani della “Los Angeles Award”, veniamo identificati, perfino quando il realismo italiano diventa Italian Style” e celebrando Fellini prende forma di musical (Nine, Rob Marshall 2009). Con autori come Leigh il cinema non corre certo un simile rischio. Il tempo delle inquadrature non è sostituibile, la moviola si tira indietro e lascia vivere gli attori, gli attori bravi. Se Broadbent e Sheen – Tom e Gerri (!) – lavorano l’orto celebrando insieme il procedere dei giorni che se ne vanno mentre un figlio ormai trentenne si lascia ancora voler bene, la loro è un’altra vita, accostabile ad altre vite senza pretese di metafora, solo per un indice di vicinanza. E inevitabilmente, come anche a teatro e come nei momenti non rappresentativi che tutti viviamo, è la vita “altra” del set, del set di un film nobilmente inglese. Passano le stagioni e la vita scorre, si nasce e si muore, si ride e si piange, più banale di così… Ma la cinepresa coglie lo scorrere del tempo nella presenza dei personaggi davanti a sé e restituisce a noi il tempo della ripresa al di là della “storia vera” (molto più lunga del film!), attraverso un’altra verità, quella di un’altra vita che alcuni sognano e i più “digeriscono” semplicemente. Magari con la struggente e provocatoria malinconia della Mary (Manville) che butta invano sui giovani l’occhio velato dal vino. E si prende, la cinepresa, il tempo che vuole, rifiuta il panino nell’intervallo.

Franco Pecori

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4 febbraio 2011