La complessità del senso
26 09 2017

Un gelido inverno

Winter’s Bone
Debra Granik, 2010
Fotografia Michael McDonough
Jennifer Lawrence, John Hawkes, Kevin Breznahan, Dale Dickey, Garret Dillahunt, Sheryl Lee, Lauren Sweetser, Tate Taylor.
Sundance 2010: Gran Premio Giuria. Torino: film,
Jennifer Lawrence atr.

C’era una volta l’America, ma l’America c’è anche oggi e l’osso è duro da masticare. L’inverno è ancora da superare, ci vuole forza d’animo. Forse una donna, l’ultima delle eroine western, forse addirittura una giovanissima, la diciassettenne Ree Dolly (bravissima Lawrence), avrà la forza di resistere alla violenza e alla prepotenza ambientale, alla corruzione e al destino di un padre sciagurato che l’ha lasciata sola con due fratellini e con la madre depressa a governare la fattoria sui monti del Missouri. Vero western o western vero: l’americana Granik, al suo secondo lungometraggio (del 2004 è Down to the Bone, non uscito in Italia) sceglie la via del western-verità (quasi una “Nouvelle-West-Vague”), a costo di non restare perfettamente nel genere e toccando perfino contaminazioni “noir”, per altro stilisticamente decisive nella conformazione del senso, nella coscienza di un necessario aggiornamento di antichi temi americani. Un film così non poteva che essere di produzione indipendente e ancora una volta la lezione viene dal Sundance Festival di Redford. Intanto, una frase da tenere a mente: «Non devi chiedere mai quello che ti dovrebbero offrire». Lo insegna Ree alla sorellina mentre guardano scuoiare un cervo sperando di poterne avere un po’ per sfamarsi anche loro. Nella piccola comunità montana sono tutti un po’ imparentati, è un microcosmo dove miserie e violenze si stratificano non già “per qualche dollaro in più” ma, ora, per la pazzesca gestione della droga. Comportamenti del vecchio mondo rurale imbastarditi dalle nuove leggi della perversione metropolitana producono una sorta di folle disadattamento entro cui è arduo il recupero di valori stabili. Tutto finisce per sembrare oscuro, cupo. Ma la figlia non si rassegna alla perdita del padre. L’uomo ha dato in pegno la casa per uscire di prigione, poi è scomparso. Se non si presenterà al processo la fattoria passerà di mano. Da parte di Ree, s’intuisce che il traguardo finale è la conservazione della famiglia (lei ne sente la responsabilità) e della casa. Vecchia storia. C’è però la novità che rende il film duro da “digerire” e costringe lo spettatore a una visione critica: persone e cose (compresa la natura) intorno alla protagonista formano un vero e proprio incubo esistenziale, un background che rende impossibile la vita. E non è facile mantenere lo sguardo circoscritto alla piccola comunità del Missouri.

Franco Pecori

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18 febbraio 2011