La complessità del senso
21 09 2017

Il Grinta – La vendetta

True Grit
Ethan e Joel Coen, 2010
Fotografia Roger Deakins
Jeff Bridges, Hailee Steinfeld, Matt Damon, Josh Brolin, Barry Pepper, Dakin Matthews, Paul Rae, Domhnall Gleeson, Elizabeth Marvel, Jarlath Conroy, Roy Lee Jones, Ed Corbin, Leon Russom, Bruce Green, Peter Leung, Marcello Murphy, Jake Walker, Don Pirl, Nicholas Sadler, Brian Brown, Joe Stevens, David Lipman.

Arkansas, 1870. La quattordicenne Mattie Ross (Steinfeld) vuole vendicare la morte del padre e assolda lo sceriffo Rooster Cogburn (Bridges) per catturare Tom Chaney (Brolin), l’assassino in fuga, ricercato anche dal ranger texano LaBoeuf (Damon). Agli occhi di Mattie, Cogburn è una specie di orco. Voce cavernosa e andamento trasandato, ha fama di maneggiare spietatamente pistola e fucile senza troppo andare per il sottile. Lo chiamano il Grinta. Caparbia e per nulla arrendevole, Mattie decide di seguirlo nell’avventurosa caccia all’uomo in territorio indiano. Vanno a formare una coppia assortita al contrario: trasgressivo e “anarchico” il vecchio, sfrontatamente pura la ragazzina. Favoloso. Non certo nel senso usuratissimo della parola, quando si giudicano i più vari aspetti del “reale”, riducendone il “positivo” a un grado quasi-zero; nel senso tecnico, invece, del raccontare la fiaba. Il romanzo di Charles Portis, True Grit, aveva già fruttato nel 1969 il film di Henry Hathaway, Il Grinta. E John Wayne nella parte del protagonista aveva avuto l’Oscar, un riconoscimento più che altro iconologico. I Coen rileggono il libro a modo loro, avidi come sempre di verità, cioè alla ricerca del diverso da strappare al normale. Fiaba per disvelare. A oltre quattro decenni dal primo Grinta, non poteva venire dai due fratelli un semplice remake, l’occhio non poteva essere ingenuo. Il mito del West selvaggio di fine Ottocento andava riletto secondo un linguaggio consapevole dei risvolti attuali di una storia per troppo tempo bloccata sugli stereotipi della ruvidezza essenziale e della buona sostanza “primitiva” – addirittura primordiale, stando al proverbio biblico che leggiamo in testa al film: «L’empio fugge anche se nessuno lo insegue». Disvelare senza cancellare. Proprio attraverso il mantenimento e l’accentuazione del tono, il carattere fiabesco del racconto funziona da tornasole verso la rigidità e rozzezza del vecchio mondo western, dove la morale si serve anche della brutalità per affermare e conservare i princìpi di convivenze spesso forzose. Ed è la cadenza quasi trasognata delle scene a rendere “verosimili” i fulminanti inserti di violenza, rappresentata in dettagli “surreali” che ne rafforzano l’assurdità del portato. Notevolissima l’interpretazione della ragazzina, al suo primo film. Jeff Bridges conferma una sua sorta di congenialità, già apprezzabile in Crazy Heart (Scott Cooper, 2009), per il personaggio in decadenza. Costumi, scenografia e fotografia formano un corpo espressivo unico, come raramente capita di vedere al cinema.

Franco Pecori

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18 febbraio 2011