La complessità del senso
23 09 2017

Il cigno nero

Black Swan
Darren Aronofsky, 2010
Fotografia Matthew Libatique
Mila Kunis, Natalie Portman, Winona Ryder, Vincent Cassel, Janet Montgomery, Toby Hemingway, Barbara Hershey, Kristina Anapau, Ksenia Solo, Sebastian Stan, Christopher Gartin.
Oscar 2011, Natalie Portman atr.

La musica di Chajkovskij c’è. Ci sono le ragazze trasformate in cigni da un incantesimo e c’è la Regina dei cigni, anche se qui non è più la Odette del balletto rappresentato al Bolshoi di Mosca nel 1877 con la coreografia di Julius Wenzel Reisinger. Ora Odette è Nina e la differenza non è solo nel nome. Siamo a New York, oggi. Più che nero, il cigno di Aronofsky è… “noir”, o meglio, la fantasia del regista immerge il dramma romantico in un mood psicoanalitico “americano” che trasforma la storia del Lago dei cigni  in una grossolana fantasticheria basata sulle tensioni “interiori” di una ballerina tutt’altro che misteriose. Cresciuta dalla madre (Hershey) ex ballerina in una gabbia affettiva  che la protegge e insieme la irrigidisce nel perseguimento della perfezione tecnica, Nina (una Portman perfettamente commisurata col ruolo) sogna di impersonare la Regina dei cigni. Quando viene selezionata da Thomas Leroy (Cassel), direttore artistico di un’importante compagnia, la giovane pensa che finalmente sia giunto il momento. Ma la duplice valenza del personaggio (cigno bianco e cigno nero, purezza e sensualità) non è nelle sua corde, Nina non riesce a liberarsi dalla “prigionia” materna. Affascinata da Thomas e perfino da Lilly (Kunis), la concorrente che l’ambiguo pigmalione le mette contro, la ragazza dovrà combattere con se stessa, con la propria frigidità. Seguendo questa traccia, il film vive una specie di doppia vita. Le scene legate al rapporto tra Nina e la madre sono realizzate in una cifra estetica “volgare”, divulgativa e sconfinante a tratti nell’horror più scontato. Quando invece Aronofsky dimentica The Wrestler e si concentra su Nina, sfoltendo le connotazioni didascaliche e lasciando all’attrice il compito di esprimere il disagio psicologico del personaggio, la “nuova Odette” può materializzarsi secondo una propria dignità artistica, anche di una certa consistenza. E la derivazione dal capolavoro ottocentesco si fa più comprensibile, il trasferimento nella frenesia del successo dei nostri giorni sembra meno arbitrario.

Franco Pecori

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18 febbraio 2011